Il regolamento dell’orrore dell’Isis: “il padrone può, non può…”

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Lo scorso maggio le forze speciali americane, durante un blitz, hanno trovato un vero e proprio regolamento dell’orrore.

Sono le regole emanate dall’Isis riguardanti ciò che è lecito o non è lecito “fare” alle donne prigioniere di guerra. Il testo, la Fatwa 64, è stato reso noto solo ora.

La tragica sorte che spetta alle donne che finiscono nelle mani del Califfato è, purtroppo, nota. Sono considerate alla stregua di un oggetto di scarso valore: gli abusi sono scontati e dovuti. Vengono inoltre vendute, comprate, scambiate. Ciò di cui si ignorava l’esistenza è proprio un “regolamento” che disciplina i comportamenti da adottare verso le prigioniere. Il che è, se possibile, ancora più agghiacciante.

«Una delle grazie che ha fatto Allah al Califfato- recita la Fatwa– è la conquista di ampie aree del paese e un’inevitabile conseguenza della jihad è che donne e figli degli infedeli diventeranno prigionieri dei musulmani». Tra le regole imposte c’è quella di «Non fare sesso con una prigioniera prima che abbia avuto il ciclo mestruale» oppure «Non fare sesso con una donna incinta, almeno fino al parto».

Se poi la prigioniera ha una figlia, il Califfato impone che «Il padrone possa avere rapporti o con l’una o con l’altra, ma mai con entrambe» (quanta umanità, eh?) e se le prigioniere sono sorelle, «Il padrone può avere rapporti con una sola delle due, ma può fare sesso con l’altra se vende la prima, la regala o la libera». E certo.

Tra i casi che il regolamento prova a chiarire c’è anche quello che ipotizza che se una donna è prigioniera di un padre allora «suo figlio non può avere rapporti con lei, e viceversa» oppure quello per cui se due individui comprano la stessa schiava «Nessuno di loro può avere rapporti con lei perché è proprietà condivisa».

Ma ci sono anche delle forme di tutela nei confronti delle prigioniere, per carità. Come ad esempio l’imposizione di «Mostrare pietà nei suoi confronti, essere gentili, non umiliarla, e non assegnarle  lavori che non è in grado di fare» e quella di «Non venderla se si sa che verrebbe trattata male». Come se non fosse già abbastanza umiliante, denigratorio, disumano e bestiale obbligare una donna ad avere un rapporto sessuale che non desidera, ad essere schiava di un altro individuo (poco importa che sia un uomo o meno). “Mostrare pietà” ed “essere gentili” sono concetti che non hanno nulla a che fare con quello di schiavitù. Poi sarebbe bello sapere quale è il significato che il Califfato da alla frase “venir trattata male”, considerando che nel decalogo viene subito dopo il termine “vendere”.

È l’ennesima conferma del vergognoso trattamento che il Califfato riserva ai prigionieri di guerra. E, tra l’altro, arriva a pochi giorni dalla diffusione di un’altra Fatwa, la 68, che dice esplicitamente che, per salvare la vita di un combattente, si possono espiantare organi dal corpo di un infedele vivo, anche se questo dovesse condurlo alla morte. Qualcuno fermi questa follia.

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