Il sacrificio di Jan Palach, il patriota anticomunista, non merita celebrazioni

jan palach, anticomunismo

Il 19 gennaio del 1969 moriva a Praga, tra atroci dolori, Jan Palach, studente di filosofia poco più che ventenne. Tre giorni prima si era dato fuoco per protestare contro l’occupazione della Cecoslovacchia da parte dell’Unione Sovietica e delle altre forze del Patto di Varsavia.

Si era sacrificato per scuotere la coscienza del popolo, per risvegliarla dal torpore della rassegnazione. Al suo funerale parteciparono 600mila persone, elevandolo a simbolo della resistenza anti-sovietica del suo Paese. Palach aveva fatto del suo corpo una torcia per illuminare il volto del Male, il Comunismo.

Oggi, 47 anni dopo, di lui si ricordano in pochi. O, comunque, non abbastanza. Almeno a giudicare da quanto è apparso – o meglio, non è apparso – sui giornali a ridosso dell’anniversario. Sembra che non via sia alcun interesse a perpetrare la memoria di questo patriota.

Il dubbio è lecito: sarà forse perché, essendo anticomunista, ha scelto la parte “sbagliata” della ribalta?

Fosse stato antifascista, morto per i “giusti” valori, probabilmente si sarebbe guadagnato decine di pagine agiografiche che ne avrebbero lodato le nobili gesta, impreziosite da interviste improbabili ai suoi discendenti.

Invece il nulla, o quasi. O persino peggio: sui social network c’è stato persino chi lo ha etichettato non già come un eroe, ma come un mitomane. Un pazzo che, volendo essere ricordato, non ha trovato un modo migliore che suicidarsi in pubblica piazza. Che, in fin dei conti, è solo un modo “facile” per far parlare di sé.

Da quando darsi fuoco è un esempio per i posteri? Non sarebbe stato meglio rimboccarsi le maniche e fare qualcosa di concreto? Troppo banale così.

E se ci stupiamo che, in Italia, al giovane Jan sia stato riservato questo trattamento, basti pensare che a Praga “per non dimenticare” nel 2001 hanno creato il Museo del Comunismo. Ironico, no?

Probabilmente, se vedesse non solo la sua città ma l’Europa intera prostituita all’ideologia liberal-comunista, si darebbe fuoco un’altra volta.

Un Commento

  1. Danilo said:

    Ho letto questo post solo oggi e mi dispiace non aver potuto rispondere prima, Jan Palach si uccise per dimostrare il suo dissenso, basta leggere la sua storia per capire come visse l’arrivo dei carri armati nella sua città. Il padre faceva il pasticciere in casa, “profumava di cose buone” disse di suo padre poco prima di morire. La sua vita era piacevole e gioiosa, le persone che vivevano nel suo quartiere lo salutavano sorridendo incontrandolo mentre andava a scuola. In quel periodo La sua famiglia venne annientata dai divieti del regime sovietico, il padre distrutto dai debiti e dalla malattia morì in poco tempo, le speranze di un popolo si infrangevano di fronte ad un regime con il popolo sovrano. Jan Palach ci ha raccontato molte cose con il suo sacrificio, sull’adolescenza, sulla famiglia, sulla paternità, sul socialismo, sul comunismo, sulla libera iniziativa, sul liberismo e sul moltiplicatore del reddito. La vignetta di Mosca su Il Tempo intitolata “gioventù bruciata” mi fece soffrire e ancora oggi mi rovescia l’animo. La nostra Europa senza costituzione, affatto prostituita, in cui si parla di un illogico liberal-comunismo, ha problemi più angoscianti per cui darsi fuoco, tornano paure verso pericoli inesistenti, odi razziali, si torna in dietro dalle riforme liberali, si rinuncia a diritti ed a progetti, ci si attanaglia in paure e nazionalismi, ci si uccide in nome di un dio…

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