Roma e Lazio: giustizia a due velocità per gli eccessi in campo

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“Zingaro di merda”, “Frocio”, “Finocchio”. In questi giorni abbiamo assistito alle diatribe Sarri-Mancini e De Rossi-Mandzukic, scadute poi in insulti che sono stati etichettati, nel primo caso, come “omofobi” e nel secondo come “razzisti”. Probabilmente, certi tipi di comportamenti ci sono sempre stati in campo, ma oggi, con le telecamere piazzate ovunque, giocatori e allenatori dovrebbero fare molta più attenzione.

Poi c’è sempre chi, pur “beccato”, gode della protezione di fedeli giornalisti e chi invece non ha questo privilegio. Sarri ad esempio è passato da “maestro di calcio” ad intollerante verso gli omosessuali (si è subito scusato) e si è beccato due giornate di squalifica e una multa. De Rossi (che invece non ha ancora chiesto scusa) se l’è cavata con un nulla di fatto. Nessuna sanzione, nessuna prova tv (non c’è stato comportamento violento o frasi blasfeme). Come se non fosse successo niente (DDR è anche recidivo dopo il dito medio mostrato verso i tifosi laziale nel derby dello scorso anno). Eppure il suo labiale parlava chiaro. I giornali hanno giocato la loro parte per la difesa di Capitan Futuro e né Tosel né Palazzi (che ha massacrato Mauri, poi finito assolto) hanno ritenuto necessario procedere contro il centrocampista. Creando un precedente non da poco.

Gli stessi giornali che, nel 2000, etichettarono Sinisa Mihajlovic come un “vergognoso razzista” per aver detto “negro di m….” a Viera (che gli aveva rivolto l’appellativo di zingaro) nel match di Champions tra i biancocelesti e l’Arsenal. Su “Repubblica” del 19 ottobre 2000 si legge “Vergogna Lazio. Mihajlovic rischia una pesante squalifica per gli insulti a Viera”. Lì c’era di mezzo l’Uefa e il serbo venne squalificato per due giornate e la Lazio multata con 87 mila euro.

Come dimenticare poi Mauro Zarate, deferito e sanzionato dalla Disciplinare, per un presunto saluto romano in curva (il giocatore ha sempre smentito e dichiarato di non sapere nemmeno il significato di quel gesto). E ancora Stefan Radu, prosciolto per aver teso il braccio destro verso i tifosi, non prima di essere passato sotto la gogna mediatica e considerato “un ammiratore del rivoluzionario romeno di Corneliu Codreanu”. Quasi scontato, poi, il riferimento a Paolo Di Canio, deferito, multato, squalificato per essersi definito “fascista” e per il suo saluto romano nel derby (e a Livorno), criticato e condannato da tutta la stampa romana e nazionale.

Appare evidente, dunque, che quando un giocatore laziale è coinvolto in episodi di stampo “politico-razziale” la macchina mediatica parte subito in quarta, proponendo punizioni e squalifiche; quando invece c’è di mezzo un tesserato giallorosso si tenta, in qualche modo, di sminuire il tutto. Due pesi due misure che da sempre caratterizzano il calcio nella Capitale.

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