Carabiniere ucciso, la maledizione della lotteria colpì l’assassino

vignozzi carabiniere

Tra i vari particolari dietro la tragedia del carabiniere ucciso a Carrara c’è anche la vincita allo storico Totogol che nel 1997 regalò al killer Roberto Vignozzi ben due miliardi di lire e richiama molte storie di premi finiti in disgrazia.

I soldi non fanno affatto la felicità: l’ex postino si ritrovò improvvisamente ricco venti anni fa grazie a una delle lotterie molto in voga all’epoca. Purtroppo, però, la vincita in denaro non riuscì a donare tranquillità a lui e alla sua famiglia: da padre miliardario a killer pensionato, passando per i troppi guai dei figli con la legge a causa di una serie di reati collegati allo spaccio di droga. Il colpevole, secondo Vignozzi, aveva un nome e una divisa: così ha pianificato meticolosamente il piano per uccidere Antonio Taibi.

Un’altra storia, quella di Carrara, che conferma come i soldi non facciano la felicità e quanto sia necessario accogliere con la dovuta diffidenza eventuali vincite milionarie. Come la tragedia vissuta da Vignozzi, così anche altre persone hanno conosciuto sulla propria pelle la maledizione della pioggia di soldi arrivata all’improvviso. Molti sono stati gli episodi di vere e proprie estorsioni da parte di mafiosi nei confronti dei “fortunati” vincitori. I boss di Gela, ad esempio, obbligarono Salvatore Spampinato, 4 miliardi di lire al Superenalotto, a versare un gentile contributo: come incoraggiamento incendiarono casa del suocero. C’è poi, invece, chi si sentì baciata dalla fortuna, ma solo perché la Rai mandò i numeri dell’estrazione precedente: è il caso di Caterina Gentile, 45 anni, disoccupata di Reggio Emilia, che una settimana fa credeva di aver vinto 34 milioni al Superenalotto: immediatamente fece causa a viale Mazzini.

A Palermo Salvatore Ferrante – 3 miliardi e 300 milioni al Totogol, stessa lotteria di Vignozzi – venne ritrovato ucciso a colpi di fucile nel garage. E poi i famosi 99 sistemisti fortunati di Peschici che nel 1998 si aggiudicarono 63 miliardi di lire. A uno di loro, Matteo D’Aprile, qualche invidioso incendiò l’auto, mentre un’altra gli fu rubata; dopo esser passato alla moto, questa se la ritrovò in un cassonetto; qualche investimento finanziario fu clamorosamente bruciato, proprio come il podere che gli venne incendiato. Stessa sorte all’amico Giovanni Tavaglione che si ritrovò il locale e la villetta bruciati.

Qualcun altro è finito in tribunale per accaparrarsi una vincita 11 miliardi di lire, come Salvatore operaio di Torino e la moglie Maria: “Se tornasse da me sarei pronto a dividere, la amo ancora”. L’ultimo caso, dunque, è quello di Carrara: un omicidio che deve essere ancora chiarito, commesso per vendicare i propri figli, sangue del proprio sangue, a causa di una formazione che neanche i tanti soldi arrivati con la fortuna hanno contribuito a creare.

 

Articoli correlati

Top