Maxi processo di Palermo, trent’anni dopo

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Il ricordo di pochi, pochissimi processi è rimasto vivo e presente nell’immaginario collettivo. Si potrebbe dire che – a distanza di trent’anni esatti dalla prima udienza- il “maxi” di Palermo sia rimasto un unicum. O, comunque, il primo, vero, super-processo alla criminalità organizzata. Tanto che per l’evento venne coniato un nuovo termine “maxi-processo”, appunto.

Nessun paragone con quanto si era visto nei giudizi a carico delle Brigate Rosse o dei terroristi in genere. Niente a che vedere con quelli che verranno dopo. Ridicolo fare il confronto con il procedimento “Mafia Capitale” che si celebra in questi giorni a Roma, a carico di Massimo Carminati, Salvatore Buzzi e compagni.

O’ maxì, come lo chiamano in città, iniziò il 10 febbraio del 1986, in una Palermo blindata.

Per celebrare questo processo storico, venne fatta costruire appositamente un’aula bunker accanto al carcere dell’Ucciardone. Inizialmente si parlò di spostare tutto a Roma. Per motivi logistici e di sicurezza. Ma la Procura e il pool anti-mafia di Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si era opposto fermamente al trasferimento. Il processo a Cosa nostra, il primo collettivo processo di mafia andava celebrato in Sicilia. Palermo doveva dimostrare di avere sete di giustizia e capacità di gestione del fenomeno.

Ma la cosa era tutt’altro che semplice. I numeri delle parti in causa erano da capogiro.

Qualche cifra: 221 detenuti, 59 a piede libero e 194 latitanti. Per un totale di 474 imputati (che si ridussero, per così dire, a 460 al termine del giudizio di primo grado). 3.000 agenti in servizio di sorveglianza effettivo e permanente. 900 testimoni (alcuni dei quali “pentiti”). Quasi 200 avvocati. Un numero imprecisato ed imprecisabile di parti civili e persone offese.

Capi d’imputazione tra i più disparati: dall’“associazione per delinquere di stampo mafioso” (prevista all’articolo 416 bis del codice penale, introdotto da appena qualche anno) al traffico internazionale di droga, dalle rapine all’estorsione. Oltre, ovviamente, agli omicidi –oltre 120 quelli contestati- ragion per cui il “maxi” si celebrava dinnanzi alla Prima Corte di Assise di Palermo.

Per la prima volta, con un decreto, vengono nominati due Pubblici Ministeri (Giuseppe Ayala e Domenico Signorino), due Presidenti (di cui il primo era Alfonso Giordano), due giudici a latere (uno dei quali era Pietro Grasso, attuale Presidente de Senato) e 28 giudici popolari, fra effettivi e sostituti.

Per ragioni relative alla scadenza dei termini di custodia, il Presidente Giordano dispose che il processo venisse celebrato tutti i giorni, compresi molti i sabati. Tanto che si arrivò al numero record di 349 udienze e 1314 interrogatori.

Al termine del giudizio di primo grado, arrivato dopo 635 arringhe difensive e 35 giorni di camera di consiglio (la più lunga della storia repubblicana), vi furono 346 condannati, 19 ergastoli, oltre ad un totale di 2665 anni di reclusione, divisi fra i vari imputati e per i diversi capi d’imputazione.

Un processo così Palermo, la Sicilia, l’Italia non lo aveva mai visto. E rimane, ancora oggi, il processo penale di maggiore portata mai celebrato al mondo.

Le condanne, parzialmente “addolcite” in appello, vennero poi tutte confermate in Cassazione, il 30 gennaio del 1992 (appena sei mesi prima delle stragi di Capaci e via D’Amelio in cui furono uccisi da Cosa nostra i giudici che avevano reso possibile il maxi-processo: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli uomini delle loro scorte). Quasi tutte le assoluzioni avute in secondo grado furono annullate e disposto un nuovo giudizio d’appello, che portò ad ulteriori condanne. Successivamente confermate definitivamente. Quel verdetto della Cassazione rappresentò la condanna a morte per l’onorevole Salvo Lima, “luogotenente” siciliano Giulio Andreotti, dal quale Cosa nostra si aspettava l’annullamento dei verdetti.

I protagonisti: ad essere presenti al processo sono oltre 300 imputati, fra cui alcuni dei nomi più “altisonanti” della mafia siciliana e di Palermo in particolare: Luciano Leggio (detto Liggio), Leoluca Biagio Bagarella (soprannominato “don Luchino”), Giuseppe “Pippo” Calò (il “cassiere di Cosa nostra”) unico ad avere la possibilità di confrontarsi con Tommaso Buscetta nel corso delle udienze, Michele Greco (soprannominato “il Papa”, all’epoca a capo della Cupola, arrestato ad istruttoria già iniziata e accusato, fra l’altro, di essere stato il mandate dell’omicidio di Rocco Chinnici, “padre” del pool anti-mafia), fu proprio lui che al termine dell’istruttoria, dalla cella n.19, prima che i giudici entrassero in camera di consiglio disse: “io desidero farvi un augurio signor Presidente. Io vi auguro la pace. A tutti voi auguro la pace e la serenità che sono alla base per poter giudicare. Non lo dico io, ma Nostro Signore a Mosè”.

Altrettanti “illustri” protagonisti erano invece latitanti, come Salvatore “Totò” Riina (catturato nel 1993) e Bernardo Provenzano, detto “Binnu u’ tratturi” (arrestato solo nel 2006, dopo 43 anni di latitanza).

La storia del “maxi”: ma come si arrivò all’udienza del 10 febbraio del 1986? Il percorso di questo processo fu lunghissimo e molto tortuoso. Bisogna tornare alla fine degli anni ’70. Quando nel resto d’Italia andava in scena la “strategia della tensione”, il terrorismo, i sequestri e gli omicidi a scopo politico, in Sicilia a farla da padrone era la così detta seconda guerra di mafia. Le diverse famiglie, di differenti “correnti” di Cosa nostra, si contendevano il potere ed il predominio su Palermo. Solo fra l’81 e l’83 vi furono una cosa come 600 omicidi. Praticamente un morto al giorno. Fu una strage, non solo di criminali ma anche di uomini delle istituzioni che cercavano di arginare il fenomeno mafioso. Vennero uccisi, sempre con esecuzioni spettacolari, in piena Palermo, nell’ordine: il giornalista Mario Francese (unico ad aver mai intervistato Antonietta Bagarella, moglie di Totò Riina), il segretario provinciale democristiano Salvatore Reina, il commissario di Polizia Giorgio Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova, il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, il Procuratore Capo di Palermo Gaetano Costa, il presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella (fratello dell’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella), il segretario del Partito comunista siciliano Pio La Torre ed il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (l’uomo che era riuscito a piegare le B.R. al Nord e lasciato completamente solo appena arrivato in Sicilia a combattere Cosa nostra). Solo per citarne alcuni.

Il pool: in uno scenario apocalittico come quello della “seconda guerra di mafia”, un uomo in forza all’ufficio istruzione di Palermo, prese la coraggiosa ed innovativa decisione di formare un gruppo di giudici istruttori che si dedicasse costantemente ed esclusivamente alle indagini sugli uomini di Cosa nostra. Quel magistrato si chiamava Rocco Chinnici. Ed a metà del 1980 nacque il primo “pool antimafia”, di cui facevano parte –principalmente e fin da subito- Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (legatissimo a Chinnici, con cui condivideva perfino il giorno della nascita, il 19 gennaio).

Il lavoro del gruppo di magistrati ebbe sin dall’inizio risultati di portata rivoluzionaria. Tanto che Cosa nostra, sentendosi –forse per la prima volta- seriamente minacciata, decise di attaccare direttamente il cuore del pool. Il 29 luglio del 1983 Rocco Chinnici viene ucciso, insieme alla sua scorta (ed al portiere del palazzo in cui abitava), sotto casa, con 75kg di esplosivo stipati in una Fiat 126.

A prendere il suo posto venne chiamato un altro magistrato siciliano di grande esperienza, Antonino Caponnetto, che guidò il pool fino al suo scioglimento ufficiale nel 1990.

Tornando alla storia del “maxi”, va detto che una svolta epocale nelle indagini condotte dai magistrati di Palermo si ebbe nell’ottobre del 1983, quando –in Brasile- venne catturato il “boss dei due mondi”, Tommaso Buscetta, il primo vero pentito di Cosa nostra. “Don Masino”, nato alla Kalsa –uno tra i quartieri più poveri della Palermo degli anni 40- come Borsellino e Falcone, cominciò a raccontare a quest’ultimo (che verbalizzava ogni dichiarazione da solo, di suo pugno) tutto ciò che sapeva sull’organizzazione mafiosa siciliana: dalla struttura verticistica, composta dalla “Cupola” e dalla “Commissione”, alle regole interne (di cui all’epoca non si conosceva praticamente nulla), dai mandanti degli omicidi “illustri”, ai meri esecutori materiali degli omicidi stessi, dai nomi delle famiglie più potenti a quelle degli sconfitti.

Quando Buscetta finì di parlare, venne il momento della ricerca dei riscontri e delle prove.

Grazie al lavoro implacabile dei magistrati del pool si arrivò, la notte di San Michele (quella a cavallo fra il 28 ed il 29 settembre) del 1984 a spiccare 366 ordini di cattura. Vennero arrestati -grazie al blitz che colse tutti di sorpresa-, oltre i due terzi dei mafiosi sotto indagine.

Al termine delle indagini, nell’estate del 1985, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, impegnati nella stesura dell’ordinanza di rinvio a giudizio (è il caso di ricordare che il “maxi” venne celebrato con le regole del codice di procedura penale del 1930 che prevedeva ancora la presenza del giudice istruttore), vennero letteralmente prelevati da Palermo e –per ragioni di sicurezza- trasferiti nel super carcere dell’Asinara, in Sardegna.

La notizia che la mafia progettava qualcosa contro di noi e i nostri familiari – raccontò in seguito Borsellino – giunse dalla squadra speciale di agenti carcerari che raccoglieva voci e umori delle celle. Fummo presi, io, Giovanni, sua moglie Francesca, mia moglie e i miei tre figli e in 48 ore catapultati all’Asinara. I telefoni funzionavano male e non avevamo con noi le carte. Giovanni era riuscito a portarsi appresso la parte che riguardava l’omicidio Dalla Chiesa. Per me era più difficile, avrei dovuto portare all’Asinara circa 800 volumi. Siamo stati buttati a lavorare per un mese e alla fine ci hanno anche presentato il conto: ho conservato la ricevuta. Avremmo dovuto chiedere il rimborso. Non lo facemmo, avevamo cose più importanti da fare”.

Il successivo 8 novembre, il dottor Caponnetto poté finalmente sottoscrivere l’incredibile l’ordinanza relativa al maxiprocesso. Era intitolata “Abbate Giovanni + 706” ed era lunga quasi 8.000 pagine.

L’eredità: a trent’anni dall’inizio del più imponente processo alla criminalità organizzata mai celebratosi, rimane un’eredità, per così dire, stravolta.

Ciò che si cercò di fare, negli anni successivi alle stragi del ’92, fu la ricerca di una “nuova pista” investigativa, non ancora veramente battuta: quella del legame fra mafia e politica. All’epoca delle indagini che portarono al “maxi”, Buscetta non volle approfondire i rapporti fra Cosa nostra e le istituzioni. I tempi –a suo dire- non erano ancora maturi.

Solo un decennio dopo, con il pool ormai sciolto, iniziò a raccontare dei legami della mafia siciliana con la D.C., arrivando ad accusare direttamente l’ex Presidente del Consiglio Giulio Andreotti (giudicato “mafioso” fino al 1980, ma assolto per intervenuta prescrizione ed innocente per gli anni successivi).

Ancor più di recente, dopo la morte di Buscetta, la Procura di Palermo ha cominciato ad “innamorarsi” di una nuova teoria: quella della presunta trattativa fra Stato e Cosa nostra, accordo che avrebbe avuto luogo in seguito alle stragi del ’93, fra i vertici delle istituzioni dell’epoca, alcuni generali del Ros dei Carabinieri ed i capi della mafia siciliana ancora latitanti, grazie alla mediazione dell’ex sindaco di Palermo, Don Vito Ciancimino (il cui figlio Massimo è stato protagonista di infiniti “depistaggi” e calunnie).

Impossibile ed impensabile riassumere in poche righe una vicenda come quella della presunta trattativa, di così diversa natura e così lontana dalla concretezza dei fatti che hanno caratterizzato il maxiprocesso di trent’anni fa.

Esemplificativo il fatto che al termine del maxi vennero inflitti oltre 2600 anni di carcere ai vari imputati, mentre per la presunta trattativa la prima (ed unica) sentenza cui si è arrivati, relativa al giudizio abbreviato che vedeva imputato l’ex Ministro D.C. Calogero Mannino, è stata di assoluzione, con formula piena, “per non aver commesso il fatto”.

 

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