La partita tra Italia e Francia sulla strage di Ustica

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Adesso che il Tribunale civile di Palermo ha stabilito un altro maxirisarcimento per altri 31 familiari delle vittime, si ritorna a parlare della strage di Ustica. Un altro di quei misteri tutti italiani, accaduti in epoca di Guerra Fredda, che sono rimasti ancora senza una verità.

Una versione dei fatti che partorita o dagli storici o dalle aule di giustizia, spiegasse finalmente come e perché accadde la tragedia dell’aereo DC9 ITAVIA esploso nel cielo a largo dell’isola di Ustica, la sera del 27 giugno del 1980.  Che causò la morte di 81 passeggeri che erano a bordo. A dire il vero, una verità giudiziaria (sebbene parziale) sui fatti di Ustica ci sarebbe eccome. Per i giudici della Corte di Cassazione che nel gennaio del 2013 confermarono la sentenza del Tribunale Civile di Palermo (che nel 2011 stabilì il risarcimento di 100 milioni ai familiari delle vittime e la responsabilità  dello Stato italiano che non seppe garantire la sicurezza per il volo partito da Bologna e diretto a Palermo) infatti, l’esplosione del velivolo non avvenne, come venne ipotizzato inizialmente, a causa di una bomba piazzata a bordo dell’aereo, bensì per colpa di un missile. Che sarebbe, secondo il pensiero di molti (come ad esempio il giornalista Andrea Purgatori), stato lanciato da alcuni aerei da caccia (probabilmente francesi) che la sera del 27 giugno del 1980 si trovavano in volo a largo dell’isola di Ustica. Dunque in acque che per il diritto internazionale, ricadono sotto la giurisdizione italiana.

Secondo il Tribunale Civile di Palermo infatti, la responsabilità dello Stato italiano, e in particolare dei ministeri della Difesa e dei Trasporti (che sono stati condannati al pagamento) deriverebbe dal fatto che nessuno (appartenente dei suddetti ministeri) che sarebbe dovuto intervenire, lo avrebbe fatto. Né dell’aereonautica civile, né di quella militare. Ma perché alcuni caccia francesi proprio quella sera avrebbero dovuto sorvolare il territorio italiano?  Una risposta hanno provato a darla coloro i quali, giornalisti o magistrati che fossero, negli anni sono voluti andare più a fondo per capire come andarono effettivamente le cose.

Tra questi oltre ad Andrea Purgatori ( tra i primi a parlare della tesi del missile) ci sarebbe anche Giovanni Fasanella il quale, sulla vicenda della strage di Ustica ha voluto scrivere un libro-intervista con il magistrato Rosario Priore dal titolo “Intrigo Internazionale”, pubblicato nel 2010 da Chiarelettere. Nel quale il magistrato, che per anni ha condotto le indagini sulle strage, rispondendo alle domande del giornalista, fornisce la sua verità sulla vicenda, spiegando anche le ragioni per le quali, non avrebbe potuto portare a conclusione le indagini. Anche secondo Priore l’eccidio di Ustica non avvenne a causa di un attentato ( una bomba nella toilette dell’aereo) ma nell’ambito di un’operazione militare che proprio quella sera era in atto nei cieli sopra l’isola siciliana.

“Un’intricatissima storia internazionale”. Così il magistrato definisce l’intera vicenda, chiamando in causa le “colpe e le responsabilità dirette di molti Paesi”. Coperte da “ un’omertà internazionale che sarebbe anche peggio della mafia siciliana”. E che avrebbe impedito al magistrato di portare a termine il lavoro che aveva iniziato. Grazie al quale, comunque, sarebbe riuscito a ricostruire la dinamica dei fatti che accaddero quella sera. “ Si trattò di un attacco missilistico”, che però, secondo Priore, “ fu certamente un errore”.

Infatti, non sarebbe stato il DC9ITAVIA il vero obiettivo dell’attacco. Ma un altro aereo, che quella sera era o sarebbe dovuto trovarsi sulla stessa traiettoria del DC9. La conferma di questa tesi, che cioè si fosse trattato di una scena di guerra avvenuta nei cieli sopra l’isola di Ustica, sarebbe arrivata anche, come dichiara Priore a Fasanella, da un tecnico della casa costruttrice del DC9 (la Mc Donnel Douglas) il quale, arrivato in Italia nei giorni immediatamente successivi alla strage e chiamato a pronunciarsi sull’accaduto, non esitò a dichiarare che secondo lui, non poteva non essersi trattato di un attacco. Questa versione dei fatti, sarebbe infatti spiegata dalla presenza delle tracce radar (i “3 plotts”come vengono chiamate nel gergo dell’aereonautica militare) rilevate dal tecnico, che avrebbero evidenziato la presenza di almeno 3 velivoli militari in volo quel giorno. Una presenza che invece, non sarebbe stata confermata dagli ufficiali dell’Aeronautica italiana i quali dichiararono al contrario che le tracce rilevate sarebbero state in realtà dei “falsi echi”.

Tuttavia a smentire questa versione dei “falsi echi” sarebbero stati nuovamente gli americani (in particolare le agenzie che presiedono alla sicurezza aerea come la Federal Aviation Agency e il National Trasportation Safety Board). Le quali, stabilirono in un loro rapporto ciò che a parer loro sarebbe effettivamente successo. La dinamica sarebbe stata più o meno questa: il DC9 era in volo da Nord a Sud (partito da Bologna e diretto a Palermo); ad un tratto venne avvicinato da un altro “oggetto volante non identificato” per poi esplodere qualche istante più tardi. Questa ricostruzione, come dichiara sempre Priore, sarebbe stata confermata anche dal Pentagono che anzi aggiunse qualche importante dettaglio sulla vicenda. Ossia che “l’oggetto volante non identificato” che avrebbe affiancato il DC9 in realtà era un aereo di tipo militare, in particolare un “caccia da guerra”.

Alla fine, secondo Priore,  si potrebbe concludere che la sera del 27 giugno, nei cieli sopra l’isola di Ustica, gli aerei presenti (oltre al DC9) sarebbero stati complessivamente 6. In particolare, due caccia da guerra (non identificati); un aereo americano di tipo Awacs (un aereo radar la cui presenza nel Tirreno sarebbe stata rilevata anche dai radar a terra); inoltre “1 o 2 caccia” che avrebbero colpito il DC9 e infine i 2 aerei dell’aereonautica militare italiana (dello stormo di Grosseto) guidati dai piloti Mario Naldini e Ivo Nutarelli. I quali però, non potranno mai raccontare ufficialmente la loro versione dei fatti (Priore li aveva chiamati a deporre) perché di li a poco moriranno entrambi nel corso di un’esercitazione a Ramstein in Germania. Anche se qualche cosa Priore, grazie a loro, era comunque riuscito a saperlo. Per esempio che la sera del 27 giugno, Naldini e Mutarelli, quando si accorsero “che qualche cosa non andava” lanciarono l’allarme non via radio ma utilizzando un codice d’emergenza. “Squoccando” come si dice nel gergo. Inoltre, avrebbero eseguito anche una “manovra a triangolo” che di solito viene utilizzata per avvertire i radar a terra di “una situazione di massima allerta” in cielo.

Poi però i due aerei pilotati da Naldini e Nutarelli sarebbero rientrati a terra, forse perché, come sostiene Priore,  qualcuno avrebbe chiesto loro di farlo. Chi fosse questo qualcuno, Priore non è mai riuscito a scoprirlo. Riuscendo tuttavia a venire a capo dell’ “errore”. Scoprendo infatti che l’obiettivo iniziale dell’attacco non sarebbe dovuto essere il DC9 ITAVIA ma piuttosto un altro aereo. “Forse un Mig libico”, i cui resti sarebbero stati effettivamente ritrovati nei boschi della Sila in Calabria. La presenza di un aereo libico in questa vicenda, secondo Priore, sarebbe la dimostrazione che sulla strage di Ustica c’erano e ci sono state per anni “un groviglio di verità indicibili”. Che riguardavano appunto la Libia, e la politica mediterranea che i governi italiani stavano portando avanti fino a quel momento. Una politica a metà tra l’appartenenza alla NATO e la vicinanza (per il petrolio) ai regimi arabi tra i quali proprio anche la Libia di Gheddafi, vicina all’Unione Sovietica. Una politica che, come dice Priore, “irritava” e non poco gli altri governi europei. In particolare il governo francese. I rapporti con i libici consentivano tra le altre cose, agli aerei militari di Tripoli di volare sui cieli italiani attraverso un canale aereo privilegiato che non era protetto dal sistema radar messo in piedi dalla Nato (il sistema Nadge).

Un canale che tuttavia, sarebbe stato utilizzato anche per il trasporto civile. Ed è proprio a questo punto che Priore si sbilancia. Arrivando a sostenere, “secondo una fondata ipotesi emersa nel corso dell’inchiesta” che quella sera il vero bersaglio dell’attacco aereo sarebbe stato un aereo sul quale viaggiava nientemeno che il leader libico Muammar Gheddafi. Il quale, sempre secondo l’ipotesi di Priore, sarebbe dovuto essere prelevato dai caccia libici per essere trasportato da Tripoli in Europa dell’Est. Ma il “colonnello” venne avvertito in tempo da qualcuno (forse un appartenente al SISMI) e riuscì a salvarsi.

Ma chi effettivamente avrebbe voluto anzitempo la morte di Gheddafi? Secondo quello che Priore ha raccontato a Fasanella, diversi anni più tardi, quando le inchieste sulla strage di Ustica, erano ormai chiuse, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ( che all’epoca dei fatti era presidente del Consiglio) invocò una precisa “responsabilità francese”. Che lo stesso Priore, considera “un’ipotesi attendibile”. Perché? Perché, come spiega lo stesso magistrato, gli unici 2 Paesi che avrebbero potuto portare a compimento un’operazione come quella avvenuta la sera del 27 giugno, erano appunto la Francia e gli Stati Uniti. Ma il giudice, tenderebbe ad escludere un coinvolgimento di Washington sia perché, l’amministrazione in carica all’epoca dei fatti, guidata dal democratico Jimmy Carter, “aveva rapporti con Tripoli”; e poi perché gli americani avrebbero aiutato, nelle indagini, la magistratura italiana addirittura “più degli italiani stessi”.

Ad accreditare l’ipotesi di un coinvolgimento francese, ci sarebbero stati la struttura radar della NATO che rilevò la presenza di una portaerei francese (la Clemenceau) nel mare Tirreno, in acque tra la Sardegna e la Corsica. E poi la testimonianza del generale dei Carabinieri Niccolò Bozzo che trovandosi in vacanza nell’isola francese (a Solenzara) e alloggiando in un albergo che si affacciava su una base militare, rilevò “fino a notte fonda continui decolli e atterraggi di caccia militari”. Presumibilmente e dunque, secondo Priore, l’aereo che avrebbe colpito il DC9 sarebbe stato uno di quelli. Tuttavia quando il magistrato chiese spiegazioni ai francesi, questi ultimi risposero che la base militare in Corsica era chiusa “dalle ore 17 del pomeriggio”. Lo stesso fecero i governi transalpini dell’epoca sia quello di Giscard d’Estaing che quello di Francois Mitterand che si trincerarono dietro il silenzio. Priore non riuscirà mai a concludere le indagini per via dei diversi depistaggi che sarebbero avvenuti negli anni a seguire.

Anni più tardi, nel 2011, quando un altro governo italiano (guidato da Silvio Berlusconi) all’indomani della prima sentenza di condanna di risarcimento chiese al governo francese dell’epoca (guidato da Nicolas Sarkozì) di collaborare sulla strage di Ustica, l’atteggiamento dei francesi fu lo stesso dei governi precedenti. E sempre nel 2011, proprio la Francia fu tra quegli Stati che vollero l’inizio delle operazioni militari in Libia (nel mezzo delle cosiddette “primavere arabe”) che porteranno prima alla cattura (per mano dei servizi francesi) e poi alla morte di Muammar Gheddafi. Guarda un po’ il caso

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