E se ai parlamentari applicassimo i criteri pensionistici dei lavoratori?

La polemica del presunto o previsto taglio delle pensioni di reversibilità sta infuriando in questi giorni e, nonostante le parole rassicuranti di vari ministri, bisognerà vedere se il testo del Disegno di Legge che dovrebbe ridurre i poveri alla fine, probabilmente, avrà come risultato quello di aumentarli.

Alla Camera dei Deputati in un question time il Ministro Padoan, rispondendo ad una interrogazione ha rassicurato tutti che le pensioni di reversibilità non saranno toccate. Vedremo come andrà a finire e poi ne riparleremo. Rimane il fatto che non c’è giorno in cui non si sottolinea come il costo delle pensioni rappresenti una voce importante per la spesa pubblica motivo per cui si cerca di mettere sul tavolo della discussione un’ ulteriore riforma che, ovviamente, dovendo far risparmiare lo stato punta a tagliare gli assegni pensionistici. Non è certo necessario ribadire come le pensioni, in questi ultimi anni, siano stati “l’ammortizzatore sociale” delle casse statali avendo subito blocchi di aumenti e rinvii nel suo godimento oltre che aver provocato quel terremoto sociale chiamato esodati.

Per i “semplici” pensionati, quelli che hanno lavorato 30 o 40 anni e che alla fine si ritrovano con una pensione che molto spesso non basta nemmeno per sopravvivere, non esistono diritti acquisiti ma solo doveri sociali di mutua assistenza mentre per ex parlamentari o ex consiglieri regionali il principio dei diritti acquisiti è sacro e inviolabile. Insomma i loro vitalizi non si possono toccare nemmeno quando, come avviene in alcuni casi, sono più di uno. Parliamo poi di vitalizi che non hanno nessun rapporto quantitativo, a parità di anni contributivi, con le “normali” pensioni erogate dall’Inps. Basti pensare ai vitalizi dei parlamentari che, a fronte di un contributo dell’ 8,60% sulle loro indennità, percepiscono vitalizi d’oro che superano di gran lunga le pensioni di anzianità e/o vecchiaia dei lavoratori dipendenti.

Basti pensare che ci sono casi veramente scandalosi come quelli di alcuni ex parlamentari che per essere stati deputati o senatori per poco più di una settimana percepiscono un vitalizio di due o tre mila euro mensili. Ci sono poi gli ex consiglieri regionali che, come è avvenuto nel Lazio, si sono rivolti in massa al tribunale solo perché i loro vitalizi hanno subito decurtazioni che vanno dal dieci al venti per cento che tradotto in cifre significa che chi magari ha avuto la fortuna di essere consigliere regionale per pochi mesi si ritrova comunque un vitalizio di tre o quattro mila euro. Rapportiamo questi vitalizi alle pensioni degli operai o degli impiegati che dopo 40 anni di lavoro se riescono a superare di poco i mille euro sono fortunati. Eppure questi ex consiglieri del Lazio considerano questi tagli come “abnormi provvedimenti amministrativi” che ledono i loro “diritti acquisiti”. Ora vorremmo capire perché quando si parla di parlamentari o consiglieri regionali vale il principio dei diritti acquisiti mentre quando si è trattato di colpire gli esodati, che avevano siglato dei contratti accettati e certificati anche da organismi statali, i diritti acquisiti non valevano assolutamente nulla?

Vorremmo sapere sulla base di quale principio di equità il contributo dovuto all’Inps, per gli imponibili dei lavoratori dipendenti, supera il 40% arrivando a sfiorare il 46% mentre i deputati se la cavano pagando un semplice 8,60%? Qualcuno ci risponderà che gli eletti dal popolo non sono lavoratori dipendenti ma potrebbero essere equiparati ai liberi professionisti (ammesso che la politica sia una professione) e quindi soggetti ad una gestione speciale. Bene allora ci si spieghi perché i professionisti iscritti alla cosiddetta gestione separata arrivano a pagare, sull’imponibile, fino ad oltre il 33% a fronte del solito 8,60% dei parlamentari? Se veramente vogliamo parlare di equità allora si applichi agli emolumenti dei parlamentari la stessa aliquota degli iscritti alla gestione separata dell’Inps e si calcoli l’assegno pensionistico sulla base dei contributi versati. Ipotizzando che un parlamentare rimanga per in carica per tutti e cinque gli anni della legislatura e calcolando un mensile medio di circa 16 mila euro che si traduce in un reddito annuo di 192 mila euro, si avrebbe, per effetto dell’applicazione delle aliquote Inps un contributo complessivo per i cinque anni di 377 mila euro a fronte dei 99 mila che paga attualmente il parlamentare.

Già abbiamo una minor entrata previdenziale per ogni singolo parlamentare di circa 278 mila euro l’anno che moltiplicato per 630 (il totale tra deputati e senatori) fa circa 18 milioni di euro che potrebbero essere nelle casse dello stato senza colpo ferire. Ipotizziamo sempre che il nostro deputato dopo cinque anni si ritira e torna a fare il suo lavoro, che peraltro non ha mai smesso di fare durante il suo mandato parlamentare, allo stesso spetterebbe una pensione da calcolarsi con la gestione separata di circa 1880 euro lorde, circa 1200 nette, a fronte delle circa 2500 nette che attualmente percepisce. Parliamo, ovviamente, del caso limite di un ex deputato con una sola legislatura alle spalle ma sappiamo benissimo che i vitalizi hanno ben altra portata per chi della politica negli ultimi decenni ne ha fatto un mestiere arrivando a percepire circa 10 mila euro mensili. Insomma secondo stime fatte da esperti i vitalizi costano allo stato circa 20 milioni al mese e il bello è che a percepirli sono imprenditori e affermati professionisti che, come pubblicò tempo fa in una tabella il “Fatto Quotidiano”, si chiamano: Giancarlo Abete (4.035,39 euro), Luigi Rossi di Montelera (5.401,57 euro), Francesco Merloni (6.087 euro), Franco Bassanini (6.939,81 euro).

Questi sono solo alcuni esempi ma tanti, troppi sono coloro che pur non avendo bisogno percepiscono l’agognato vitalizio. C’è poi l’immenso esercito di oltre 3700 ex consiglieri regionali che costano ai cittadini oltre 150 milioni l’anno. Con vitalizi che per la maggioranza dei casi si aggirano dai 3 mila ai 6 mila euro mensili. Insomma, mai come in questo caso, il termine “casta” è più appropriato. Da tutto ciò si deduce che “al cappone non si può chiedere di anticipare il natale” e quindi non crediamo possibile che chi legifera, a livello nazionale o regionale, possa arrivare a togliere un privilegio come questo. Ci accontenteremmo solo del fatto che i politici siapplicassero lo stesso trattamento pensionistico dei “normali” lavoratori.

E i diritti acquisiti? Vanno salvaguardati, ma solo i loro.

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