“Cattolici e violenza politica” il lato inedito dell’eversione in Italia

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Nel libro di Guido Panvini ricostruito “L’altro album di famiglia del terrorismo italiano”

Analizzati nel volume edito da Marsilio i legami tra estremismo rosso e associazionismo religioso

Tra la violenza e il cattolicesimo non c’è stata sempre l’altra guancia da porgere. Diversi e frequenti, soprattutto nella storia recente italiana, sono stati i rapporti tra il mondo religioso e la ricorrenza alla pratica rivoluzionaria. Il libro di Guido Panvini, “Cattolici e violenza politica. L’altro album di famiglia del terrorismo italiano” (Marsilio, pp. 398, euro 22), queste relazioni tra l’eversione e l’universo cattolico, le analizza e le ripercorre in maniera documentata.

“Signore che fra gli uomini drizzasti la tua Croce, segno di contraddizione, che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dominanti, la sordità inerte della massa, a noi oppressi da un giogo numeroso e crudele che in noie prima di noi ha calpestato Te, fonte di libere vite, dà la forza della ribellione” è la poesia di Teresio Olivelli, Ribelli per amore. La lirica sarà ripresa proprio dal mondo cattolico nella seconda metà degli anni Settanta per contrastare il mito della resistenza rossa al fascismo e rilanciare la testimonianza dei partigiani cristiani.

Già negli anni Cinquanta, all’interno della Democrazia Cristiana, la strategia per contrastare un eventuale dilagare del pericolo comunista in Italia, si divideva tra l’ipotesi della costituzione di formazioni paramilitari e una vera e propria guerra psicologica, contro la propaganda del Pci, con l’obiettivo di denunciare i crimini della Russia sovietica.

I cattolici hanno poi continuato ad assumere una posizione di guardia nei confronti della presenza dei comunisti che cominciavano ad insediarsi in molte amministrazioni locali. “Siamo pronti, qualora la minaccia alla libertà divenisse incombente, a ritornare in prima linea…” erano le parole dei Partigiani cristiani di Cremona rivolte nel 1962 al partito di Togliatti.

Le distanze tra cattolici e comunisti in Italia sono proseguite per inasprirsi in alcune occasioni, come nel caso del voto di fiducia al governo Tambroni, sostenuto in maniera determinante dai voti del Movimento sociale italiano. Le persecuzioni dei cristiani nei paesi sovietici non aiutavano di certo alcuna ipotesi di un eventuale dialogo, finendo con l’alimentare il clima di sospetto e diffidenza verso i comunisti italiani.

La svolta decisiva arrivò con il Concilio Vaticano II. Da un lato si intensificarono l’attenzione verso i paesi del Terzo Mondo e la benevolenza verso i processi di decolonizzazione, dall’altro venne drasticamente ridimensionato il tradizionalismo della Chiesa e della sua liturgia. La linea morbida adottata verso il comunismo, con l’obiettivo di non esasperare le persecuzioni dei fedeli nei paesi sovietici, non fece altro che inasprire l’atteggiamento della componente tradizionalista della Chiesa cattolica.

L’anticomunismo su cui si erano basati i linguaggi e le retoriche della guerra fredda aumentò negli ambienti conservatori del cattolicesimo, in disaccordo anche verso la mancata identificazione della cristianità con l’area atlantica.

In quest’ottica si inserisce il supporto degli ambienti conservatori cattolici ai cristiani che lottavano, anche armi alla mano, contro il comunismo e i suoi alleati: dal sostegno del governo sudvietnamita, all’appoggio dei gruppi guerriglieri dei cristiano-maroniti in Libano, fino alle frange conservatrici del fronte indipendentista nordirlandese.

Così in Italia, invece, la destra cattolica e reazionaria tentò di intercettare il malcontento del mondo tradizionalista interno alla Chiesa provocato dal Concilio Vaticano II. Anticomunismo e anticoncilio erano gli argomenti alla base di questa precisa area politica che arrivò a legittimare l’uso della violenza per contrastare l’espansione della sinistra in Italia e la deriva della Chiesa conciliare.

Il Concilio, inoltre, produsse l’effetto di potenziare l’attività missionaria, sviluppando un discorso nuovo incentrato sul riconoscimento delle culture non cristiane e sull’attenzione all’uomo senza distinzioni di appartenenza etnica e religiosa. Soprattutto grazie ai mezzi di comunicazione di massa, i resoconti provenienti dalle missioni in Africa, Asia e America Latina ebbero un’importante popolarità che portò a un particolare attivismo. Alla base vi era il rifiuto del modello di vita occidentale e l’urgenza del cambiamento; anche l’impatto con le terribili condizioni di povertà in cui versavano le popolazioni del Terzo Mondo fu essenziale nel creare questo nuovo radicalismo.

La crisi del modello riformista e le rivolte in molti paesi del Sud America nella metà degli anni Sessanta favorirono in maniera decisiva il dialogo tra cattolici e marxisti. Una delle figure di spicco che emerse da quella stagione fu sicuramente quella di padre Camillo Torres, guerrigliero dell’esercito di liberazione nazionale colombiano. Il suo sacrificio, sancito con la morte in un combattimento nel febbraio del 1966, fu motivo di ispirazione per la nuova sinistra. Nonostante Torres non abbracciò mai la fede marxista-leninista, ma scelse la guerriglia dopo un tormentato percorso di fede, quest’area politica e culturale italiana vide in lui il promotore di un cristianesimo radicale d’ispirazione comunista: la figura del prete rosso rivoluzionario non aveva nulla da invidiare all’altro guerrigliero, Ernesto Guevara.

In questo clima si formarono molti dei giovani che nel decennio successivo al Concilio Vaticano II scelsero la lotta armata. Tra questi ci sono nomi importanti come Giorgio Semeria, uno dei fondatori delle Brigate Rosse, che militò nell’organizzazione Gioventù Studentesca e prese parte alla missione in Brasile, Mato Grosso, organizzata da padre Pedro Melesi tra il 1964 e il 1967. Oltre a Semeria, anche gli altri autorevoli nomi legati alla nascita delle Br, come Renato Curcio e Margherita Cagol, provengono da un’estrazione cattolica.

Proprio dall’attribuzione di un ipotetico “album di famiglia” alle Br, nell’indagine della loro genesi, scaturì un aspro dibattito nel giornalismo italiano. Ad innescarlo fu Rossana Rossanda dalle colonne del “Manifesto”, sostenendo che la cultura d’origine delle Br fosse quella comunista, determinata all’interno degli ambienti del Pci. Fu Giorgio Bocca, invece, ad avanzare l’ipotesi di una formazione religiosa delle Br, riconoscendo in quel “cattocomunismo”, tanto favorito dal Concilio Vaticano II, una condizione decisiva alla loro formazione. Ad avvalorare questa interpretazione c’è l’estrazione culturale e religiosa di uno dei componenti del gruppo di fuoco che sequestrò Aldo Moro ed uccise gli agenti della scorta: Alessio Casimirri, infatti, era figlio di cittadini dello Stato del Vaticano, con un’infanzia passata proprio tra le parrocchie e i giardini vaticani.

Il libro di Panvini ha dunque il merito di diffondere luce su alcuni lati del terrorismo italiano poco approfonditi finora, documentando alcuni dei processi politici e sociali alla base dell’azione sovversiva dei gruppi extraparlamentari. A far da sfondo ad una dei periodi più cupi della storia d’Italia, oltre alla grave crisi di legittimità delle istituzioni, ci furono i fermenti nel mondo cattolico, esplosi in una grave crisi all’interno della Democrazia Cristiana, sempre meno punto di riferimento per l’elettorato di ispirazione religiosa.

Proprio la Chiesa, nel 1984, venne scelta dai terroristi rossi come intermediaria per la ripresa dei rapporti con lo Stato italiano. Grazie al “ruolo esemplare per comprensione e disponibilità” del Vaticano, un gesto eclatante, come la riconsegna di un vero e proprio arsenale, coinvolse il cardinal Martini, sancendo definitivamente la fine della stagione del terrorismo.

 

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