Una marea umana per dire “no” ai clan

Erano in 30mila solo a Messina, dove è intervenuto Don Ciotti, 350mila in tutta Italia. E’ la marea umana scesa in piazza lunedì con Libera, mobilitatasi nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche, nelle carceri, nelle parrocchie di tutto il Paese per la XXI Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle oltre 900 vittime innocenti della mafia. Uomini e donne, tantissimi giovani, che non hanno paura di sfidare le mafie, di dire no ai clan, di metterci la voce, la faccia. Una risposta forte, importante. Un segnale di grande speranza. La dimostrazione che c’è un’antimafia vera, genuina, che non cerca passarelle ma occasioni di impegno, di coinvolgimento. Quello che chiede Don Ciotti: “Non basta commuoversi ogni tanto – ha detto il fondatore di Libera – bisogna muoversi di più tutti. E’ da secoli che parliamo di mafia, ora occorre uno scatto in avanti, bisogna porsi dei dubbi e delle domande in più, tutti insieme.

L’antimafia non è una carta d’identità da tirare fuori a seconda delle circostanze, è una presa di coscienza e di responsabilità”. E ancora: “Da questo popolo arriva un messaggio forte. Costruiamo ponti di memoria e luoghi di impegno ovunque per sottolineare la trasversalità delle cose positive, ma anche delle presenze criminali mafiose. Abbiamo bisogno di un’opera quotidiana di cittadini responsabili capaci di tradurre la domanda di cambiamento in forza di cambiamento. Il nostro Paese ha bisogno di ponti che allargano le coscienze e traghettano le speranze.

Servono un’accelerazione dei tempi e un chiarimento netto sulle priorità che Parlamento e governo devono darsi”. Un messaggio chiaro alla politica e alle istituzioni, un invito a non abbassare la guardia ma anche ad assumersi le proprie responsabilità. Sullo sfondo, inevitabilmente, resta la durissima polemica tra Movimento 5 Stelle e governo sui fondi per le vittime di mafia. A sollevare il caso è stato Luigi Di Maio alla cerimonia in memoria di don Peppe Diana, il parroco ucciso a Casal di Principe dalla camorra il 19 marzo del 1994: “Caro don Peppe – ha scritto il vice presidente della Camera in una lettera deposta sulla tomba di don Diana – ti hanno ucciso un’altra volta. Non sono stati i camorristi, ma premier, sottosegretari e ministri. Il Governo Renzi ha bloccato i fondi per risarcire i familiari delle vittime di mafia. Chi ha trovato il coraggio di denunciare la camorra non riceverà neanche il sostegno per le spese legali. Oggi è una passerella di ipocriti. A Palazzo Chigi hanno scelto da che parte stare, purtroppo non la tua”. Immediata la reazione di Renzi, che ha parlato di “mossa misera e meschina”.

Durissima anche la Boschi: “Di Maio mente sapendo di mentire. Non c’è stato nessun taglio ai fondi alle vittime di mafia. Come è noto, il fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso si autoalimenta durante il corso dell’anno in base alle richieste che arrivano e che vengono valutate da un’apposita commissione. Lo ribadisco, non c’è stato nessun taglio e i numeri lo dimostrano”. Chi ha ragione? Se è vero che non c’è stato alcun taglio è anche vero che un blocco al fondo che serve a rimborsare le spese legali agli avvocati che difendono le vittime della mafia o i familiari di coloro che hanno perso la vita c’è effettivamente stato, a partire da novembre scorso. Una decisione presa per “dubbi interpretativi legati all’applicazione della legge”, ha spiegato in Aula il sottosegretario all’Interno Domenico Manzione. A questi si è poi aggiunta “la constatazione che, negli ultimi anni, e precisamente dal 2011 a oggi, si è registrata un’inversione di tendenza che ha visto le associazioni costituite parte civile presentare un numero di domande di accesso al Fondo di rotazione superiore a quello delle stesse vittime. Questa situazione è stata ritenuta, evidentemente, meritevole di approfondimento”. Il Pd è passato subito al contrattacco, chiedendo a Di Maio di dimettersi da vicepresidente della Camera. “Ho detto solo la verità – ha replicato Di Maio, che ha poi chiesto l’intervento del presidente Mattarella -. I fatti parlano chiaramente: ci sono 497 richieste inevase dal fondo ed un commissario che si è dimesso circa un mese fa. Quindi io ho detto tutta la verità sul fatto che ci sono associazioni e avvocati che difendono le vittime che non hanno avuto il risarcimento. Tutto il resto fa parte della polemica politica. Ci sono però delle persone che hanno diritto alla tutela legale e questa tutela legale è bloccata da 5 mesi per un burocrate che non c’è più e per una serie di richieste singolari al Consiglio di Stato.

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