Omicidio Regeni: la verità negata

Giulio Regeni

L’avevamo detto, noi come tanti altri, e mai come questa volta dispiace essere stati facili profeti. Avevamo denunciato che le indagini delle autorità egiziane sull’omicidio di Giulio Regeni, sequestrato al Cairo e torturato per giorni prima di essere ucciso, erano una colossale presa in giro nei confronti dell’Italia e, soprattutto, della famiglia di Giulio. Lo schiaffo di un regime che in due mesi ha detto tutto e il contrario di tutto, senza mai collaborare davvero, senza mai fornire un solo elemento di verità, di trasparenza. Solo depistaggi, tentativi d’insabbiamento, impegni non mantenuti, ricostruzioni inverosimili, fino a quella spudoratamente tarocca e oltraggiosa fornita la scorsa settimana. Una versione dei fatti confezionata con dei falsi tanto evidenti da sconfinare nel ridicolo, su cui è arrivata puntuale la correzione di rotta del giorno dopo, nel ricorrente gioco di dichiarazioni e smentite che ha sin dall’inizio reso ancora più insopportabile l’intera vicenda.

Ricapitolando, venerdì scorso il Ministero dell’Interno egiziano ha fatto sapere che ad uccidere il ricercatore friulano sarebbe stata una banda specializzata nelle rapine e nel sequestro di stranieri, quattro balordi tutti uccisi in un conflitto a fuoco con le forze di polizia insieme ad un’altra persona di cui non si sa nulla. A conferma della versione, un post su Facebook con le foto del passaporto di Giulio, di una carta di credito e di altri oggetti che sarebbero appartenuti a lui e che sarebbero stati rinvenuti nella casa di uno dei presunti sequestratori. Una versione piena di clamorose incongruenze, una patacca evidente, subito respinta come tale dalla famiglia Regeni, smentita dalla procura di Roma, sconfessata dalla logica e dai fatti. Non c’era un elemento che reggeva: nessun movente, visto che non si capisce perché i sequestratori avrebbero dovuto uccidere un giovane ricercatore, dopo averlo torturato per giorni, senza chiedere mai un riscatto; nulla che spiegasse come mai la banda avrebbe conservato per quasi due mesi i documenti ed altri oggetti personali di Giulio sapendo il clamore sollevato dal caso e, dunque, conoscendo i grandi rischi legati al conservare prove tanto scottanti; alcune delle cose attribuite a Giulio non sono mai appartenute a lui, come il borsone rosso mostrato su Facebook. L’unica certezza, in tanta melma, l’uccisione di tutti i presunti sequestratori, quindi nessuno che potesse parlare, potesse difendersi, potesse contestare una ricostruzione smaccatamente costruita a tavolino.

Troppo persino per il regime, che nel giro di pochi giorni ha dovuto sconfessare se stesso, precisando che le indagini sull’omicidio di Regeni “sono ancora in corso e che le autorità italiane saranno aggiornate sugli sviluppi”. Vero? Credibile? Evidentemente no. E non lo dico per pregiudizio ma perché i fatti finora hanno dimostrato sempre che in realtà l’Egitto non vuole e non può arrivare alla verità, perché altrimenti dovrebbe ammettere che Giulio è stato ucciso, come tanti altri ragazzi di cui non conosciamo e non conosceremo mai il nome, dalle forze di sicurezza in quanto ritenuto una minaccia per il regime. Nega e negherà Al Sisi, come ha negato finora, anche perché consapevole di avere di fronte un Paese, l’Italia, che sin dall’inizio si è limitato ad abbaiare un po’ senza mordere mai. Troppo debole l’Italia e troppo forti gli interessi in gioco, economici e geopolitici, perché Verità e Giustizia, con le maiuscole, prevalessero sulla ragion di Stato.

“Non accetteremo verità di comodo”, ha ribadito Renzi dopo l’ultima misera messinscena, quell’insulto peggiore anche della meno plausibile delle verità di comodo. Un proclama vuoto. La solita frase di circostanza con cui la politica finge di prendere una posizione forte ma in realtà si limita a timbrare il cartellino per simulare un attivismo che non c’è. E comunque un’affermazione arrivata colpevolmente tardi, visto che dal giorno del sequestro di Regeni, il 25 gennaio, quinto anniversario della rivoluzione del 2011, sono trascorsi due mesi e che in questi due mesi il presidente del Consiglio anziché incalzare davvero il Cairo, pretendendo una collaborazione vera e trasparente, non ha perso occasione per ricordare ossequioso l’affidabilità dell’amico Al Sisi e l’importanza strategica dell’Egitto sul delicatissimo scenario nordafricano. Non una parola di condanna per un regime autoritario e violento, non una parola sulle sparizioni, le torture e le violazioni divenute ormai norma, non una parola sulla durissima repressione in atto dal golpe del 2013, quella in cui è maturato l’omicidio di Regeni, sequestrato durante un rastrellamento delle forze di sicurezza e ucciso perché considerato una minaccia. E’ bastata l’intervista concessa a Repubblica dal Pinochet egiziano, con le sue finte rassicurazioni, per accontentare Renzi, per fargli dire che tutto andava bene. E così si è perso solo altro tempo, settimane in cui è stato consentito all’Egitto di continuare a depistare, insabbiare, distruggere prove vere e confezionare prove false. Ora quest’ultima giravolta. Cos’altro serve ancora perché l’Italia alzi davvero la voce? Vogliamo i veri colpevoli, anche se già li conosciamo. Dobbiamo pretenderli e se non lo farà il governo dovremo farlo noi tutti, la cosiddetta opinione pubblica, quella che in democrazia ha il potere di influenzare e determinare l’azione di chi governa e di chi è in Parlamento. Non possiamo accettare l’ennesimo mistero di Stato, coperto dal silenzio, dall’omertà. Solo la Verità, quella con la maiuscola, potrà fare Giustizia.

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