Due mesi di indagini tra depistaggi e bugie

La famiglia Regeni

Ci sono due sole certezze sulla morte di Giulio Regeni: l’omicidio ad opera di professionisti della tortura e l’assenza di colpevoli. In due mesi di indagini, le autorità egiziane hanno fornito versioni diverse, tutte improbabili, alcune oltraggiose, su cosa sarebbe accaduto al 28enne ricercatore friulano, senza mai mettere un punto fisso, tra depistaggi e chiari tentativi di insabbiamento. Un corpo che parlava quello di Giulio, ritrovato il 3 febbraio, su un cavalcavia dell’autostrada tra il Cairo e Alessandria, con evidenti segni di sevizie. Il che ha subito sconfessato la prima ricostruzione egiziana, quella dell’incidente stradale. Nemmeno l’autopsia è bastata però per impostare un’inchiesta seria. Così tra annunci più o meno ufficiali, indiscrezioni autorizzate e puntuali smentite, l’Egitto ha via via parlato di festino gay finito male, di rapina conclusasi tragicamente, di semplice atto criminale, di omicidio ad opera dei Fratelli musulmani, fino all’ultima inverosimile tesi del tentativo di sequestro, senza mai però imboccare l’unica strada plausibile, quella dell’omicidio politico, ad opera delle forze di sicurezza, nella convinzione che Regeni fosse una spia.

L’ultima giravolta, così simile alle altre, è di questi giorni. Prima l’annuncio del Ministero degli Interni di aver trovato e ucciso in un blitz delle forze di polizia gli assassini di Regeni – una banda criminale specializzata in rapine e sequestri di stranieri – poi, dopo il gelo del governo italiano, la puntuale smentita. Domenica, infatti, lo stesso ministro degli Interni, Magdi Abdel-Ghaffar, ha fatto sapere che le indagini sono ancora in corso, che “c’è piena cooperazione con gli inquirenti italiani” inviati al Cairo, che però “il caso è molto difficile e avvolto nel mistero da ogni lato”. Il problema, ha aggiunto Ghaffar, sono le “campagne ostili lanciate principalmente dai media che ogni momento sollevano dubbi sugli sforzi fatti per far emergere la verità”.

Di sicuro, la pazienza italiana è agli sgoccioli. Matteo Renzi non ha nascosto la sua irritazione. Che i rapporti con l’Egitto e con Al Sisi siano ai minimi storici, nonostante le dichiarazioni ufficiali, è un dato di fatto, al punto da mettere in discussione anche le relazioni commerciali tra i due Paesi. L’Italia d’altra parte non è sola, vista pure la netta presa di posizione di Europa e Stati Uniti, dove il caso Regeni è molto seguito. In pochi giorni, attraverso le colonne del Washington Post e del New York Times, una serie di esperti americani ha chiesto all’amministrazione Obama di rivedere le relazioni con l’Egitto per la durissima repressione in atto nel Paese, tra arresti, sparizioni, torture, omicidi politici, mancato rispetto dei diritti umani. L’Italia ha concesso ancora qualche giorno di tempo, ma la dead line, anche se non ufficialmente dichiarata, è quella del 5 aprile: martedì prossimo gli investigatori egiziani sono attesi a Roma dove incontreranno il procuratore Pignatone, dopo la sua recente trasferta al Cairo. In quell’occasione ci si aspetta che verrà consegnata tutta la documentazione richiesta dagli inquirenti italiani e quella ulteriormente raccolta: interrogatori, tabulati telefonici completi, immagini video, verbali di perquisizione, reperti, anche i documenti e gli oggetti di Regeni, o a lui attribuiti, finora rinvenuti. Un appuntamento particolarmente significativo soprattutto dopo le dichiarazioni di Pignatone, che la settimana scorsa ha definito i risultati finora raggiunti dall’Egitto “non idonei a fare chiarezza“. Lo stesso capo della procura di Roma ha fatto sapere di aver ricevuto domenica “una lunga telefonata dal procuratore generale della Repubblica Araba di Egitto”, nel corso della quale il magistrato egiziano ha “ribadito l’impegno di continuare le indagini in ogni direzione, sino all’accertamento della verità”. Sarà vero? Impossibile dirlo vista la totale inaffidabilità del regime egiziano. Di sicuro, dopo due mesi di stallo, la situazione è ormai al limite. Sono ancora troppe le domande senza risposta, le questioni ancora aperte. Perciò, si dice, se il 5 aprile non ci sarà la svolta attesa, l’Italia potrebbe decidere di cambiare atteggiamento, fino a prendere decisioni clamorose. Vedremo…

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