Fausta Bonino: il ritorno dell’angelo della morte?

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Dopo l’ergastolo inflitto a Daniela Poggiali, l’infermiera condannata per l’omicidio di una paziente con due fiale di potassio (ma ci sono, su di lei, sospetti su altri 93 decessi), un altro caso di paramedico, presunto assassino, è finito sulle cronache dei giornali. Si tratta dell’infermiera Fausta Bonino, 55 anni, arrestata ieri sera perché, secondo gli inquirenti, “uccideva i pazienti dell’ospedale di Piombino con gli stessi strumenti coni quali avrebbe dovuto salvarli: flebo, iniezioni ed un farmaco ‘fuori terapia’”.

La donna, di Savona ma da vent’anni in Toscana, è sospettata di aver provocato la morte di ben 13 persone. Un’accusa terribile di omicidio aggravato plurimo per l’infermiera.

Davanti ai carabinieri, al momento della cattura, non ha detto una parola. Gli omicidi sarebbero accaduti nell’unità operativa di anestesia e rianimazione dell’ospedale di Piombino. Ed è qui, secondo le prime indiscrezioni, che i carabinieri avrebbero riscontrato le prime prove dei delitti e i farmaci con i quali la donna decideva di far morire i pazienti in cura. Alcuni in condizioni gravissime, altri invece in via di guarigione. Le vittime erano in prevalenza persone anziane, non solo malati terminali. E tutte le morti, secondo l’accusa, sarebbero state provocate da iniezioni letali, non per fini terapeutici, di Eparina, un farmaco anticoagulante molto usato negli ospedali, che sarebbe stato trovato durante le perquisizioni ma anche dopo analisi sulle vittime.

Il farmaco avrebbe causato rapide, diffuse e irreversibili emorragie con decessi conseguenti. Le analisi hanno riscontrato concentrazioni di Eparina di anche 10 volte sopra la norma.

“Sono stati comparati esami analitici prima e dopo i 13 casi sospetti di decesso e alla luce delle risultanze investigative ottenute il giudice ha potuto corroborare l’ipotesi di omicidio plurimo”. Così gli inquirenti, nella conferenza stampa di questa mattina, si sono espressi in merito all’ inchiesta denominata “Killer in corsia”.

“Gli Angeli della Morte sono molto spesso donne tra i 30 e 50 anni, ma possono essere (in misura minore in base alle statistiche) anche uomini. Fanno le infermiere (raramente si tratta di medici) e sembrano esaltarsi durante l’emergenza. E hanno un bisogno patologico di attenzione”, ha scritto la criminologa Cristina Brondoni affrontando il tema e l’identikit delle infermiere-killer.

Una storia agghiacciante, soprattutto se si pensa al ruolo “di fiducia” che rappresenta proprio l’infermiera per tutti i malati.

 

 

 

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