Violenza ostetrica: con #bastatacere le donne hanno voce

La maternità è tra le esperienze più belle e importanti nella vita di una donna, ma purtroppo può rivelarsi anche un’avventura traumatica se la neo-mamma viene assistita da un personale scarsamente qualificato e poco umano. Per questo è partita la campagna #bastatacere, con lo scopo di dare voce a quante hanno subito la violenza ostetrica.

L’11 marzo 2016 è stata depositata una proposta di legge “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico” da parte del deputato Adriano Zaccagnini. In pochi giorni sono stati centinaia i racconti di donne che hanno denunciato trattamenti vergognosi nelle ore in cui – prima, durante e dopo il travaglio – si dovrebbe avere il massimo della comprensione e dell’assistenza da parte del personale medico e sanitario. Il movimento #bastatacere, nato in difesa delle donne che hanno affrontato una maternità da dimenticare, è partito dagli Stati Uniti con il sostegno di Human Rights in Child Birth, organismo mondiale di sostegno dei diritti umani legati alla nascita, per approdare anche in Italia, dove è stato sostenuto da tantissime associazioni con l’obiettivo di porre fine al fenomeno della violenza ostetrica.

Certo, occorre precisare che non tutte le strutture ospedaliere sono da condannare: molte cliniche in Italia rappresentano il massimo della sicurezza e garantiscono un trattamento rassicurante per molte donne che stanno per diventare madri. Purtroppo, però, ce ne sono alcune che hanno dei gravi punti deboli.

“Il travaglio procede bene – è una delle testimonianze raccolte su Facebook – nessun problema, nessun indice di sofferenza fetale, ma subisco ugualmente nell’ordine: rasatura del pube, clistere, rottura artificiale delle membrane, ossitocina sintetica, manovra di Kristeller, episiotomia… mia figlia nasce (ipotonica) alle 22:50, me la portano in camera solo alle 11 del mattino dopo. Una puericultrice lascia la culletta in mezzo alla stanza e se ne va senza nemmeno rivolgermi la parola”.

Cos’è l’ossitocina? È un ormone che il nostro organismo produce da solo, somministrato in alcuni casi per accelerare il travaglio: una dose maggiore di ossitocina porta l’utero a contrarsi di più e più intensamente, quindi il dolore delle contrazioni aumenta in modo esponenziale subito senza dare il tempo al corpo di abituarsi. La manovra di Kristeller, invece, è una spinta effettuata dall’ostetrica o dal ginecologo che aiuta il piccolo a venire alla luce: questa tecnica, però, è sconsigliata in alcuni casi (ad esempio se la testa del bebè è più grande del bacino della mamma) ed è addirittura vietata in alcuni stati europei come l’Inghilterra. L’episiotomia, invece, è un intervento chirurgico effettuato quando la testa del bambino sta per affacciarsi, considerato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità “dannoso, tranne in rari casi”. Secondo Repubblica, gli ultimi dati ufficiali sono del 2002 e ammontano a 200 mila casi. Non mancano donne che hanno confessato di aver riscontrato un trombo a seguito proprio dell’episiotomia. Oltre all’episiotomia, un’altra pratica che si scopre non essere richiesta, né tantomeno necessaria è quella del parto cesareo: “Signora – si legge ancora tra le testimonianze – se non si sbriga dobbiamo procedere al taglio”.

Le donne e utenti dell’assistenza alla maternità – si legge in uno dei post lanciati da #bastatacere – sono escluse dalle decisioni sul percorso nascita e sulle politiche sanitarie che riguardano il loro corpo e i loro bambini. Le loro voci non vengono ascoltate, eppure esse descrivono un quadro preoccupante in cui emerge che nell’assistenza alla nascita in Italia i diritti fondamentali e costituzionali non vengono rispettati”.

“Perché non spingi?”, “Sei un’incapace”, “Questa qua a partorire non è buona, ora sviene”: molte testimonianze raccontano di troppe donne trattate con metodi intimidatori e psicologicamente violenti, minacciate anche fisicamente, altre volte con un atteggiamento di sufficienza da parte del personale, che spesso appare intento a chiudere una pratica burocratica invece che assistere con le dovute attenzioni la paziente e il suo piccolo bebè in arrivo. In un caso, ad esempio, un infermiere comunica a una donna la perdita del suo bambino in un modo tutt’altro che sensibile: “”Sarà sollevata, non mi dirà mica che lo voleva il terzo figlio”.

Tanti racconti riguardano poi la somministrazione più o meno imposta del latte artificiale da parte del personale: “Signora deve alternare il seno al latte artificiale perché deve dare tempo alla mammella di riposare e riempirsi di nuovo”. Peccato che sia un’affermazione priva di fondamento dal momento che a stimolare la produzione di latte dalle mammelle, in modo completamente naturale, è lo stesso neonato attraverso la suzione dal seno. Ma ci sono poi mamme che non si lasciano intimorire dall’imposizione del latte: “30 giorni di vita: ‘le dia la formula (latte artificiale, ndr) perché non ha latte a sufficienza’. 90 giorni di vita: ‘le dia la formula perché non ha latte a sufficienza’”. Risultato? “20 mesi di latte di mamma e di gente incompetente”.

Inoltre, all’imposizione del latte artificiale viene collegata la frequente sottrazione del bebè dalla madre subito dopo la nascita, molto spesso raccontata come una “separazione inaudita e dolorosa, giustificata con le solite motivazioni. Spesso poi le madri sono venute a conoscenza della somministrazione di latte artificiale o di altre sostanze senza prima aver consultato o come minimo avvisato la madre.

Indotta e abbandonata” si legge in un altro post scritto da un’altra mamma “ho dovuto avvertire io che il monitoraggio mostrava sofferenza fetale, per poi sentirmi urlare “si sbrighi che non  c’è più tempo”.

Sono tantissime le donne che si sono riconosciute nell’appello lanciato dalla campagna e ognuna di loro ha scritto nero su bianco la propria odissea che ha trasformato il periodo della gravidanza in un vero e proprio incubo ricordato da lacirme, non certo di gioia, ma di dolore.

La proposta di legge che prova a contrastare questo fenomeno introduce il reato di violenza ostetrica in seguito alla recente dichiarazione dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS 2014) su “La Prevenzione ed eliminazione dell’abuso e della mancanza di rispetto durante l’assistenza al parto presso le strutture ospedaliere”. Tale dichiarazione evidenzia quali siano i trattamenti che le donne subiscono durante l’assistenza al parto e in particolare l’abuso fisico diretto; la profonda umiliazione e l’abuso verbale; procedure mediche coercitive o non acconsentite (inclusa la sterilizzazione); la mancanza di riservatezza; la carenza di un consenso realmente informato; il rifiuto di offrire un’adeguata terapia per il dolore; gravi violazioni della privacy; il rifiuto di ricezione nelle strutture ospedaliere; la trascuratezza nell’assistenza al parto con complicazioni altrimenti evitabili che mettono in pericolo la vita della donna; la detenzione delle donne e dei loro bambini nelle strutture dopo la nascita connessa all’impossibilità di pagare; inoltre, adolescenti, donne non sposate, donne in condizioni socio-economiche sfavorevoli, donne appartenenti a minoranze etniche, o donne migranti e donne affette da HIV sono particolarmente esposte al rischio di subire trattamenti irrispettosi e abusi.

Per questo la campagna si rivolge alle donne che durante l’assistenza al parto hanno vissuto esperienze di abuso e di violenza, chiedendo di scrivere l’esperienza in un foglio (anonimo, senza riferimenti alle persone e/o luoghi), fare un auto-scatto con il foglio (senza viso) e postarla sulla pagina Facebook creata appositamente per l’iniziativa all’indirizzohttp://www.facebook.com/bastatacere. La proposta propone il rispetto dei fondamentali diritti umani della madre e delle persone che nascono perché garantire i diritti significa anche garantire sicurezza e salute. Si tratta di una proposta che mette la madre e il bambino al centro.

Nessuna legge sulla nascita deve prescindere dal rispetto dei diritti fondamentali e costituzionali delle persone assistite e gli utenti hanno il diritto di partecipare attivamente all’assistenza sanitaria a loro fornita e alle politiche sulla salute.

*

Top