Massimo Ciancimino contro Salvo Riina: “Orgoglioso di aver fatto arrestare tuo padre”

Salvo Riina e Massimo Ciancimino

All’indomani dell’intervista rilasciata da Giuseppe Salvatore Riina (figlio del “Capo dei capi”) a Bruno Vespa, andata in onda su Rai1 nel corso della trasmissione “Porta a Porta”, Massimo Ciancimino attacca Riina junior scrivendo un post al vetriolo (rimosso poco dopo) sulla sua pagina Facebook.

Riconoscendosi un ruolo importante (?) nella cattura del padre. Come ha sostenuto nelle dichiarazioni fatte al processo sulla Trattativa Stato-mafia.

“Sei un vigliacco. Sono orgoglioso di aver fatto arrestare quell’animale di tuo padre. A differenza tua io mi sono vergognato”. Massimo Ciancimino, il figlio di Don Vito (ex sindaco di Palermo condannato per associazione mafiosa) è letteralmente un fiume in piena che straripa sulla pagina facebook di Giuseppe Salvatore Riina, detto “Salvuccio”, il terzo dei 4 figli del “Capo dei Capi”. Il quale, ha appena annunciato l’uscita del suo libro “Family Life” nel corso dell’intervista rilasciata a Bruno Vespa e andata in onda durante la trasmissione “Porta a Porta”.

Un’intervista che, inevitabilmente, ha finito per destare scalpore. E che evidentemente ha urtato anche la sensibilità del figlio di “Don Vito”. Che non ha esitato (come tanti altri) a puntare il dito contro “le trasmissioni come quella condotta da Vespa” nella quale Riina ha avuto a suo modo di vedere “l’opportunità di elogiare una mentalità tipicamente omertosa”. Il riferimento è all’atteggiamento troppo “accomodante” che anche secondo il figlio dell’ex sindaco di Palermo, Vespa avrebbe mantenuto nei confronti del figlio del Capo dei capi consentendogli di fornire talvolta risposte evasive sul fenomeno mafia.

Dato che, anche Salvo Riina come il padre ottantacinquenne (attualmente detenuto al 41 bis) e il fratello Giovanni (condannato nel gennaio 2014 dalla Cassazione al carcere a vita per una serie di omicidi) è un condannato in via definitiva, alla pena di 8 anni e 10 mesi per associazione mafiosa. Attualmente libero, e (stando a ciò che egli stesso dichiarò nel 2011 al Corriere della Sera) volenteroso di rifarsi una nuova vita. “Studiando e frequentando l’Università”. Oppure, si potrebbe aggiungere, scrivendo libri. Nei quali, come in questo caso, il terzogenito del Capo dei Capi, racconta spezzoni di vita familiare, anche negli anni della “latitanza” del padre, prima che venisse arrestato nel gennaio del 1993. Ricordi che però evidentemente, non possono passare inosservati sotto gli occhi di chi, come Massimo Ciancimino, quegli anni dice di averli vissuti. Al fianco del padre Vito, come “postino” oppure come “autista” durante la cosiddetta Trattativa avvenuta tra pezzi dello Stato ed esponenti di Cosa Nostra.

Il post di Ciancimino junior, subito cancellato dagli amministratori della pagina di Riina, è stato tempestivamente ripreso dal sito Antimafiaduemila che ha voluto evidenziare le “strade diverse” che avrebbero preso i due “figli d’arte”, Massimo e Salvo.

Mentre Salvo Riina non si sarebbe mai “pentito” e al contrario anche nell’intervista di Vespa avrebbe parlato della sua famiglia con “orgoglio”, Massimo Ciancimino si sarebbe nel tempo ravveduto. E avrebbe iniziato a collaborare con la giustizia. Infatti, anche se il figlio di Don Vito (già imputato e condannato in altri processi) è attualmente finito sul banco degli imputati anche nel processo sulla cosiddetta “Trattativa tra lo Stato e la mafia”, allo stesso tempo, come è stato già raccontato ai lettori de L’Ultima Ribattuta, è anche il principale testimone nel processo che si sta svolgendo a Palermo. Decisosi dopo anni di silenzio, a vuotare definitivamente il sacco in merito alle vicende accadute nei primi anni Novanta. Quando era ancora “un ragazzo spensierato e senza problemi”. E quando, soprattutto, Cosa Nostra volle sferrare quel sanguinoso attacco allo Stato, consumato a colpi di tritolo. Per questo attualmente, al processo che lo vede imputato, Ciancimino sta raccontando (non senza difficoltà, tra svariati “non ricordo” e parecchie contraddizioni) ciò che ricorda (o che gli disse il padre) a proposito del periodo a cavallo e dopo le due stragi (di Capaci e via d’Amelio) in cui rispettivamente persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la moglie e i 3 agenti di scorta (il 23 maggio del 1992) e poi il collega Paolo Borsellino e i 5 agenti di scorta.

Quando, secondo ciò che sta raccontando ai magistrati di Palermo , anche lui avrebbe preso parte alla  Trattativa. La quale, tra le varie “contropartite”, avrebbe avuto proprio la cattura dell’allora numero uno dell’organizzazione, cioè Totò Riina. Il Capo dei capi. Ossia il padre di Salvo. La stessa persona che Massimo Ciancimino anche a distanza di anni non esita a definire sia nei verbali degli interrogatori che nello stesso post su Facebook , “un animale”. Dicendosi inoltre “orgoglioso di averlo fatto arrestare”. Una persona che anche il padre Vito considerava “una persona con la quale non si può ragionare”. Che con l’”attacco allo Stato” messo a punto con le stragi di Capaci e via D’Amelio sarebbe stato anche “il nemico numero uno di Cosa Nostra”. La causa di tutte le misure di legge (e il pentimento di molti ex boss di Cosa Nostra) che negli anni avrebbero finito per mettere in ginocchio l’organizzazione.

Per questo che, come ripete lo stesso Massimo Ciancimino negli interrogatori del febbraio scorso “Totò Riina doveva essere fermato”. “Perché è una persona con la quale non si parla, non rispetta gli accordi, è un traditore, il peggio del peggio”. Era questo che il padre Vito gli avrebbe confidato. Soprattutto dopo la strage di via D’Amelio, avvenuta a 57 giorni di distanza da quella di Capaci. Per fare in modo che il Capo dei Capi fosse arrestato (come poi avvenuto nel gennaio del 1993), Ciancimino junior racconta che sarebbe stato il padre con la collaborazione nientemeno che di Bernardo Provenzano e Gaetano Cinà, a consegnare ai Carabinieri dei Ros che si stavano occupando delle indagini (e che per la sua collaborazione gli avrebbero promesso l’impunità e un aiuto sui processi già in corso), la “busta con la piantina toponomastica” nella quale era segnata la via (via Bernini) di Palermo, in cui vi era il luogo preciso (una villa) nella quale in quegli anni, Totò Riina viveva con la sua famiglia. Il quale infatti, verrà proprio arrestato dalla squadra del capitano Ultimo,(appostata da giorni fuori il complesso di villette di via Bernini) dopo essere uscito di casa, la mattina del 15 gennaio del 1993. Ma nei verbali delle ultime audizioni di Ciancimino junior al processo sulla Trattativa si può leggere anche altro. Per esempio dei contatti  che il padre Vito manteneva all’interno della Procura di Palermo “con il dottor Giammanco” che all’epoca era il Procuratore capo e poi, degli incontri con Bernardo Provenzano, sia a Palermo “nello studio di un dentista” come anche a Roma “nella casa di via San Sebastianello”. E poi dell’ormai famoso “papello” contenuto in una “busta gialla” che Ciancimino sarebbe andato a ritirare a Palermo, con le richieste “inaccettabili” di Totò Riina. E poi di coloro che sarebbero dovuti essere gli interlocutori finali della Trattativa. La coppia di ministri Rognoni-Mancino che secondo il racconto di Ciancimino “erano i soggetti indicati sia tramite il signor Franco che tramite gli stessi Carabinieri come coloro che avrebbero potuto garantire quel minimo di fattibilità alle richieste di Riina”. Mentre al contrario il padre Vito “che non stimava né Mancino né Rognoni” insisteva nell’indicare in Luciano Violante come l’interlocutore preferibile. Proprio Mancino il quale, quando la Trattativa sarebbe iniziata non era ancora il ministro degli Interni dato che il titolare del Viminale era ancora Vincenzo Scotti. “Una persona con la quale un dialogo era inaccettabile”. E che il 1 luglio del 1992 verrà sostituito proprio con Nicola Mancino. Un’ipotesi della Procura è infatti quella che la sostituzione di Scotti con Mancino sia avvenuta proprio nell’ambito della Trattativa. Nicola Mancino che è finito nell’indagine (e attualmente imputato nel processo) per falsa testimonianza. Per aver detto il “falso” (come dichiarato anche dal fratello di Borsellino, Salvatore) a proposito dell’incontro che avrebbe avuto con Paolo Borsellino la sera del 2 luglio 1992. Cioè lo stesso giorno in cui si era insediato al Viminale al posto di Scotti.Il pentito Gaspare Mutolo dichiarerà infatti che Borsellino interromperà il suo interrogatorio per andare all’appuntamento con il ministro. E quando ritornerà “non era più lui, si accese due sigarette insieme”. Infatti come racconterà sempre Mutolo, Borsellino gli avrebbe detto che al Viminale non avrebbe incontrato il neo ministro Mancino ma Bruno Contrada (ex poliziotto passato al SISDE) e l’allora capo della Polizia Parisi.

Una delle domande alle quali oggi i magistrati di Palermo vogliono dare una risposta riguarda proprio il motivo per il quale Borsellino, quando ritornò da Mutolo, “non era più lui”. Che cosa aveva saputo Borsellino di tanto sconvolgente quella sera al Viminale?

 

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