Sono 7mila gli italiani innocenti messi in carcere ogni anno

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L’abuso della custodia cautelare, spesso e volentieri senza che ce ne siano gli estremi, porta a questa inquietante verità: ogni anno settemila italiani vengono messi in carcere (o ai domiciliari) salvo poi essere assolti. E “scusate per il disturbo”.

Il danno da ingiusta detenzione: cittadini messi in carcere ingiustamente, sottoposti a custodia cautelare e dopo assolti o addirittura prosciolti perché “il fatto non costituisce reato”.

Dal 1991, cioè da quando esistono i risarcimenti per questo tipo di situazione, stando al Ministero della Giustizia, il dipartimento del Tesoro ha sborsato 628.715.546 milioni di euro come risarcimento a 24.844 vittime di ingiusta detenzione. Soltanto nel 2015 ne ha già pagati 36 milioni. E ben 11 nel primi tre mesi del 2016.

I pagamenti per le vittime di errori giudiziari (dal 1992 ad oggi) ammontano invece a  36.237.746 milioni di euro, riconosciuti a 122 persone.

Questo significa che lo Stato sbaglia. E sempre più spesso. Ma solo una vittima su quattro vede riconoscersi un qualche indennizzo.

Nel 2014 sono state accolte dai giudici delle corti d’appello 995 domande di risarcimento e liquidati 35,2 milioni di euro. Nel 2013, le domande accolte erano state 757, per un totale di 24,9 milioni di euro: in un anno c’è stato, dunque, un incremento del 41,3%. Tant’è che la legge stabilisce un tetto di 516.400 euro per singolo risarcimento.

Volendo fare una “mappa della vergogna”, nel periodo gennaio-luglio 2015, Catanzaro si è dimostrata la Corte d’appello dove si registrano i risarcimenti più elevati per le ingiuste detenzioni (2,9 milioni andati a 52 persone), seguita da Bari (2,6 milioni per 83 provvedimenti), Napoli (2,3 milioni) e Roma (1,3 milioni a 71 persone).

Eppure, nonostante l’esborso di tutti questi soldi (che, paradossalmente, potrebbero invece essere impiegati per migliorare la giustizia stessa)  si continua ad abusare sistematicamente della custodia cautelare, non come misura specifica per prevenire la reiterazione del reato, la fuga o l’inquinamento di prove, ma quasi come una disposizione generale. Salvo poi lasciare il disgraziato in carcere in attesa di giudizio. Talvolta per interi anni.

 

 

 

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