Il nuovo business: allevare leoni da cacciare

Numerose aziende sudafricane crescono in cattività leoni destinati ad una fine tremenda

D’altronde si sa, il tempo è denaro, ed il riccone di turno non può passare settimane alla ricerca in Natura di un esemplare da abbattere. E così, in soccorso di questi cacciatori tanto facoltosi quanto frettolosi, corrono circa 200 allevamenti che mettono a disposizione circa 8000 leoni cresciuti artificialmente, apposta per soddisfare i capricci degli uomini.

Tipo allattarli, passeggiare con il “re della foresta” o addirittura ucciderlo, in quattro e quattr’otto, in un comodo recinto. Il risultato di questa orrenda mercificazione? Animali tenuti in cattività in modi miserabili, costretti ad accoppiarsi in maniera intensiva e tra consanguinei. Il tutto a detrimento della qualità di una razza fiera e perfetta.

Al danno, come sempre, segue la beffa. La potente lobby di questa categoria di allevatori (The Predator Breeding Association SA) vuole persino passare per amica della natura e preservatrice dei leoni, questa vera e propria industria mossa esclusivamente dallo scopo di lucro.

E’ pericoloso che il messaggio della conservazione della specie (di leoni ne fanno mettere al mondo così tanti) passi in questo modo e si permetta così anche lo sdoganamento del traffico di animali esotici. In Cina, ad esempio, sono apprezzatissime le ossa di tigre, cosa che spinge le aziende a diversificarsi e ad allevare anche puma, leopardi e ghepardi. Ed ogni mente sana capisce come sia impensabile tirare su in cattività animali predatori.

La richiesta era di arricchire e salvaguardare la Natura con altri Parchi Nazionali, non di allestire nuovi allevamenti.

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