Rai Fiction: perché l’Italia compra format e non li esporta?

Eleonora "Tinni" Andreatta, direttore di Rai Fiction

Israele esporta format per fiction in tutto il mondo: dagli Stati Uniti all’Asia. Perché in Italia non è possibile? La colpa è dei contratti di pre-acquisto tanto amati da “certi” produttori, gli stessi tanto cari a Rai Fiction.

Israele, come l’Italia, ha una tv pubblica, una commerciale e una via cavo. Il 60% dei palinsesti delle reti israeliane è composto da format nazionali. Nel nostro Paese, invece, 80% di quanto viene trasmesso in televisione è importato dall’estero.

Non solo: la tv pubblica israeliana è obbligata per legge a investire circa 50milioni di euro in programmi in lingua, ricapitalizzando una parte dei profitti nella creazione di prodotti televisivi di qualità: questo fa sì che vengano realizzati format persino in eccesso per il solo mercato nazionale e che vengono esportate in tutto il mondo.

In Italia, invece, solamente il 19% dei prodotti televisivi in programmazione è “made in Italy” e di questo solo il 2% riesce ad essere esportato. Una miseria.

Da noi, a gestire l’ambaradam è Rai Fiction, struttura diretta da Eleonora Tinni Andreatta, che si occupa di acquistare o produrre fiction. In questo magico quanto poco trasparente mondo, non si sa bene per quale arcano motivo, con i produttori si preferisce fare contratti di preacquisto: questa forma contrattuale lascia lo sfruttamento dei diritti a loro, invece, che alla Rai. In questo modo si impedisce a viale Mazzini di vendere il prodotto all’estero.

Una tecnica contrattuale di cui è regina assoluta la Luxvide della famiglia Bernabei. Tutti i loro prodotti vengono venduti all’estero autonomamente senza alcun vantaggio per viale Mazzini.

Non è dato sapere quali siano i meccanismi che portano a scegliere le società a cui affida le produzioni e dalle quali effettua gli acquisti di fiction, senza contare che in casa Rai “alcune” società di produzione vengono scelte più frequentemente di altre.

Come fa notare il sito Indignerai si tratta di una sinergia molto forte, “a tal punto che alcuni appena lasciano la Rai vanno a lavorare dalle stesse case di produzione con le quali la Rai faceva contratti quando erano dipendenti”. Un esempio? Massimiliano Gusberti, ex vice direttore di Rai Fiction, appena andato in pensione andò subito a lavorare per il produttore Palomar e poi richiamato a collaborare con la fiction Rai. Nel frattempo, guarda caso, il CdA decise di corrispondere, per ogni replica de “Il commissario Montalbano” (prodotto casualmente da Palomar) una cifra che ci dicono aggirarsi sui 110.000 euro. Palomar è anche la casa di produzione di “Braccialetti rossi” (importata dalla Spagna).

Altro esempio? La casa di produzione Cattleya ha subito assunto, non appena in pensione, Claudia Aloisi, ex capostruttura di Rai Fiction. Sempre il sito Indignerai sottolinea come l’ex capostruttura abbia dato alla Rai il meglio di sé con la straordinaria serie “Grand Hotel” comprata in modalità di pre-acquisto proprio da Cattleya. Senza contare che il marito della Aloisi, Sandro Petraglia, era l’autore di Fiction realizzate proprio da lei in veste di capo-struttura. Un conflitto di interessi mica da poco.

Ma si sa che in casa Rai ci sono figli e figliastri. E Rai fiction sembra sempre di più un club per pochi intimi (sempre gli stessi). Quelli che speravano in un cambiamento con l’arrivo dell’Andreatta hanno dovuto ricredersi alla vista di doppi e tripli incarichi e all’utilizzo di collaboratori esterni che fanno pressoché tutto il lavoro mentre i dipendenti interni stanno a guardare.

 

 

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