La Legge Mosca e le dimenticanze del presidente dell’Inps

tito boeri legge mosca

Il bocconiano presidente dell’Inps professor Tito Boeri deve essere affetto da dimenticanza senile che lo porta a scordare cose e fatti che potrebbero essere vitali  almeno per alleviare le casse dell’Inps.

In questi giorni girano per l’Italia le famigerate buste arancioni che suonano, sia per i giovani che per i meno giovani, come una condanna senza appello con tanto di sentenza scritta relativa agli anni di permanenza in servizio di lavoro di ciascuno. Altrettanto sta montando, mediaticamente, il caso dei dipendenti della Camera e del Senato che guadagnano cifre esorbitanti e che non intendono rinunciare ai loro “diritti acquisiti”. C’è poi il problema delle pensioni d’oro di dirigenti provenienti dal privato e/o dallo stato, che continua a tenere banco rispetto al tentativo di voler decurtare loro parte dell’assegno pensionistico. Ora, tentando di fare una riflessione asettica e non di parte di questi tre casi, parliamo di lavoratori che negli anni, comunque, hanno regolarmente versato i contributi e ricevono una pensione sulla base delle regole vigenti al momento dell’inizio del loro rapporto con l’Inps.

Nel primo caso il problema viene differito nel tempo e comunque si parla di assegni pensionistici che già sono stati decurtati, prima di essere erogati, dalle varie riforme pensionistiche da quella del ministro Sacconi a quella più famosa e devastante della ministra Fornero. In questo caso siamo di fronte ad un vero e proprio abuso relativo al cambiamento delle regole effettuate, come si suol dire, “durante la partita” e che hanno penalizzato i lavoratori che erano ad un passo dalla pensione spostando in avanti di anni il diritto pensionistico e, come successo per gli esodati, lasciandoli senza stipendio e senza pensione. Ovviamente le famigerate buste arancioni scattano una fotografia datata e con un sistema, il contributivo, completamente diverso da quello retributivo ma che comunque ha fatto pagare percentuali di contributi previdenziali legati appunto alla retribuzione percepita. In pratica più hai guadagnato e più hai pagato, quindi, non vedo dove sta lo scandalo per cui chi è andato in pensione con il sistema retributivo è un privilegiato. Questa è la logica del sistema assicurativo che viene applicata in tutto il mondo e su tutti i tipi di assicurazione.

Ci sono poi i veri privilegiati che sono coloro che operano, dipendenti e politici, dentro le due Istituzioni parlamentari, la Camera e il Senato. Un discorso a parte va fatto sia per i dipendenti sia per i parlamentari anche se ambedue le categorie godono di un sistema previdenziale di gran lunga vantaggioso rispetto a quello dei “comuni lavoratori”. Ai politici viene applicato il sistema dei vitalizi che ormai sono noti a tutti e che vedono personaggi che sono stati in parlamento per un giorno e godono di migliaia di euro di assegno pensionistico che, anche se essendo imputabili ai bilanci di Camera e Senato non gravano sui bilanci dell’Inps, sono sempre a carico della collettività. Su questo tema siamo d’accordo con il professor Boeri quando dice che anche ai parlamentari dovrebbe essere applicato il sistema contributivo ovvero una pensione proporzionata ai contributi versati cosa questa che comunque avviene dal 2012 ma non è retroattiva lasciando a migliaia di ex parlamentari vitalizi d’oro. Invece ai dipendenti di questi importanti organi Costituzionali si applica il principio dell’ Autodichia ovvero una particolare prerogativa dei due rami del Parlamento di risolvere, attraverso un organismo giurisdizionale interno, le controversie insorte con i propri dipendenti. Il risultato è che un pugno di lavoratori è di gran lunga privilegiato rispetto ai milioni di altri colleghi lavoratori italiani dove per esempio un barbiere, con tutto il rispetto della categoria, può arrivare a guadagnare circa 140 mila euro l’anno.

Anche se questo può sembrare, come è, assurdo vogliamo sempre rispettare i principi di autogoverno delle Istituzioni magari richiamando le stesse a principi di equità sociale. Ecco quindi che al professor Boeri vengono spuntate le armi per poter combattere una casta anzi due (parlamentari e dipendenti). Quello che non riusciamo a capire dell’attento presidente dell’Inps è il fatto che invece di occuparsi di “cose e casse” che non sono di sua pertinenza ma di pertinenza di Camera e Senato lo stesso Professore non ci spieghi come è possibile che ancora vengano pagate, questa volta dall’Inps, pensioni con notevoli importi e legate alla famigerata legge 252/74 nota come legge Mosca ovvero quella norma che nel 1974, portando il nome del suo estensore che era ex sindacalista della CGIL, permise a migliaia di persone di fruire di una pensione senza aver, in alcuni casi, mai lavorato e soprattutto aver mai versato un centesimo di contributo all’Inps. La Legge Mosca nasce con un fine nobile, quello di regolarizzare la posizione di poche centinaia di persone che alla fine della guerra avevano lavorato in partiti e sindacati senza contributi. Ma, come si dice, “fatta la legge scoperto l’inganno” da poche centinaia che erano si scoprì che vi erano decine di migliaia di persone anche con cognomi famosi che avevano beneficiato di questa norma. Fra questi Giorgio Napolitano, Franco Marini, Achille Occhetto, Sergio D’Antoni, Pietro Larizza, Ottaviano Del Turco e gli scomparsi Armando Cossutta e Nilde lotti. Questi sono solo i più noti perché sono circa 40 mila persone che ancora oggi godono di questo privilegio. Ci sono stati anche casi eclatanti in cui risultava che alcuni di questi privilegiati faceva l’autista dall’età di 12 anni o altri che lavoravano dall’età di 14 anni.

Nel novembre del 1995 uscì un articolo del Messaggero dal titolo: “Pensioni di partito: 180 parlamentari al lavoro da piccoli”. Nell’articolo si apprendeva che un magistrato di Grosseto, Pietro Federico, aveva emesso numerosi avvisi di garanzia per le “pensioni facili” di politici e sindacalisti. I primi avvisi di garanzia, 28, furono seguiti da altri 65, mentre anche altre procure indagavano sulla vicenda che vedeva più di 180 parlamentari che avevano fatto domanda, accolta, per riscattare, a poche lire, gli anni lavorati in nero dal 1944 in poi. Ci fu anche un’inchiesta avviata dal Ministro del Lavoro, Tiziano Treu che venne insabbiata.

Insomma le caste dei politici e dei sindacalisti non si toccano neanche quando a pagare è l’Inps. Probabilmente anche Tito Boeri preferisce mantenere nel dimenticatoio questa vicenda che è costata, in moneta attuale, svariati miliardi di euro alle casse dello Stato mentre è più facile prendersela con chi i contributi li ha versati regolarmente magari allungandogli l’ingresso alla pensione con la speranza di pagare meno anni possibile. Il Professor Boeri queste cose le sa benissimo e invece di “penalizzare” chi vuole uscire dal lavoro prima (e comunque sempre tardi rispetto al patto assicurativo) perché non fa chiarezza su questo aspetto? Sappiamo benissimo che per denunciare questo si debbono toccare i portafogli di ex presidenti della Repubblica o di ex Presidenti di Camera e Senato oltre che di politici e sindacalisti di eccellenza ma chiediamo al Professor Boeri perché non lo fa?

Sappiamo che il Presidente dell’Inps ci darà del qualunquista o del populista ma ce ne freghiamo rispondendo che i cittadini “qualunque” sono la maggioranza di coloro che pagano i contributi e che per noi populismo non è un termine offensivo ma ci fa sentire “vicino al popolo”. Chissà se anche Tito Boeri può dire la stessa cosa?

Articoli correlati

*

Top