Buon compleanno Giovanni

Giovanni Falcone

Fosse ancora vivo, Giovanni Falcone oggi compirebbe 77 anni. Era nato a Palermo il 18 maggio 1939, il tritolo di Cosa nostra lo ha ucciso con la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta il 23 maggio 1992 a Capaci. Aveva appena compiuto 53 anni, avevamo festeggiato una settimana prima, in procura e subito dopo con un pranzo in un locale palermitano, insieme a Paolo Borsellino e ad altri colleghi. Proprio Borsellino, che era uno cui piaceva scherzare, anche sulle cose più serie, fece allora una battuta che si sarebbe poi rivelata tragicamente profetica.

Rivolgendosi a Falcone, lo ’rimproverò’ di averlo ‘fregato’, perché era riuscito ad arrivare a 53 anni mentre lui era convinto di morire a 52, com’era successo a suo padre e suo nonno. Una settimana dopo ci fu la strage terribile di Capaci, che si portò via Falcone, due mesi dopo ci fu l’attentato di via D’Amelio, in cui fu assassinato Borsellino. A 52 anni.
Ricordare entrambi è un dovere. Sempre. Il più delle volte li si ricorda nel giorno in cui sono stati uccisi, io stavolta voglio ricordare Giovanni Falcone nel giorno in cui è nato. Ho avuto la fortuna di essere il primo magistrato assegnatogli in tirocinio professionale come uditore giudiziario, come si diceva all’epoca. Quando mi vide per la prima volta rimase sorpreso. Non era stato informato del fatto che gli era stato assegnato un magistrato di prima nomina, per cui il mio arrivo, un po’ un intruso nell’aula bunker, gli creò un momento di breve ma visibile smarrimento. Da lì nacque poi un rapporto fatto di scambio di idee e di vedute, soprattutto di apprendimento da parte mia, ma anche di confidenza e di condivisione, che è stato preziosissimo per me.

Mi sono chiesto e mi chiedo spesso quale enorme contributo avrebbe potuto ancora dare Falcone se avesse avuto più tempo, quali altri passi avanti avrebbe fatto fare al Paese, non solo nella lotta alla mafia ma più in generale per rendere l’Italia un posto migliore, più giusto, più onesto, libero. Era un innovatore straordinario Falcone, avanti di anni. E’ stato il primo ad imporre la scientificità del metodo d’indagine, un metodo basato sull’utilizzo scrupoloso dei collaboratori di giustizia e delle intercettazioni ma anche, sempre, sui necessari riscontri documentali. E’ stato il primo a capire che per trovare tracce delle attività illecite bisognava seguire i movimenti del denaro, occorreva individuare i canali attraverso cui i capitali criminali venivano riciclati per essere reimmessi in attività lecite. Per questo avviò indagini finanziarie presso banche e istituti di credito in Italia e all’estero, attirandosi ovviamente l’ostilità del sistema bancario e dei gruppi di potere ad esso collegato. Esaminava a mano, personalmente, migliaia di assegni bancari, studiando ciascuna delle girate alla ricerca di connessioni che avvalorassero ipotesi investigative. L’idea era semplice ma a suo modo rivoluzionaria: seguire i capitali mafiosi per arrivare ai mafiosi, anche cercando lontano, dall’altra parte del mondo, perché la mafia aveva smesso già all’epoca di essere una questione strettamente siciliana per diventare un fenomeno criminale internazionale. Sua fu anche l’intuizione di istituire una Procura Nazionale Antimafia, un organismo giudiziario con il compito di coordinare le inchieste delle diverse procure distrettuali antimafia. Aveva capito che era necessario ricreare, su scala nazionale, le condizioni che erano state alla base del lavoro del pool antimafia.

Ci sarebbe tanto altro da dire dei successi di Giovanni Falcone, e invece è paradossalmente più importante ricordare le sue sconfitte. Doveva prendere il posto di Antonino Caponnetto a capo dell’ufficio Istruzione di Palermo e invece il Csm gli preferì Antonino Meli, che aveva scarsissima esperienza di mafia e che presto smantellò il pool. Si candidò ad Alto Commissario per la lotta antimafia e gli fu preferito Domenico Sica. Si candidò al Csm e i suoi stessi colleghi lo bocciarono. Si candidò a guidare la Superprocura e il Csm gli oppose Agostino Cordova. Non furono sconfitte sue, furono le sconfitte di una magistratura prigioniera di gelosie assurde e di un Paese miope, sempre pronto a versare lacrime piene di ipocrisia per i suoi uomini migliori una volta morti ma mai attento a difenderli e supportarli quando sono vivi. Così è successo a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che sono stati ingiustamente attaccati, accusati di utilizzare la loro azione giudiziaria per finalità politiche, che sono stati infamati, lasciati soli e anzi isolati, delegittimati, di fatto consegnati nelle mani dei loro assassini. Non volevano essere eroi e sono sicuro che, se potessero, rifiuterebbero l’etichetta di eroe anche adesso. Erano piuttosto uomini giusti, seri e tenaci, che credevano nel loro lavoro e lo facevano al meglio, che avevano la passione per la giustizia, l’insofferenza di fronte a privilegi e ingiustizie, la dedizione alla verità. Sono diventati martiri loro malgrado. Nei loro confronti abbiamo il dovere della memoria e dell’impegno. Dobbiamo meritarci il loro sacrificio seguendo la strada che hanno tracciato. Oggi, domani, sempre. Solo così potremo dire che non sono caduti invano.

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