Falcone, la stagione dei veleni e le accuse di Orlando

Leoluca Orlando

17 maggio 1990. A Samarcanda, in diretta tv, va in onda il processo a Giovanni Falcone. Sul banco dell’accusa c’è, tra gli altri, Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, ex Dc, poi fondatore de La Rete. Era stato grande amico di Falcone, ne aveva celebrato anche il matrimonio con Francesca Morvillo, con le famiglie avevano fatto pure un viaggio in Russia assieme, poi però c’era stata la rottura.

Quella sera, da Michele Santoro, che ha dedicato la puntata del programma ai delitti eccellenti di mafia, Orlando lancia accuse pesantissime, sostenendo che i giudici di Palermo avessero una serie di documenti relativi a quei delitti ma che preferissero tenerli chiusi nei cassetti: “Io sono convinto, e me ne assumo tutte le responsabilità, che dentro i cassetti del Palazzo di Giustizia ce n’è abbastanza per fare chiarezza sui quei delitti”. Il riferimento è a otto scatole lasciate da Rocco Chinnici e a un armadio pieno di carte, il destinatario dell’accusa è chiaramente Giovanni Falcone. E’ l’ultimo atto di una feroce polemica scoppiata un anno prima, nell’estate del 1989, quella passata alla storia come l’estate del corvo e dei veleni alla procura di Palermo.
Quella estate un pentito catanese, Giovanni Pellegriti, dichiara a Falcone che dietro l’omicidio di Piersanti Mattarella c’è l’eurodeputato Dc Salvo Lima, braccio destro di Giulio Andreotti in Sicilia. Pellegriti aggiunge particolari: il nome dell’esecutore materiale dell’omicidio è tale Carlo Campanella. Falcone ascolta, indaga ma trova palesi incongruenze per cui incrimina Pellegriti per calunnia aggravata. Per Orlando è la prova che Falcone non vuole procedere contro i nomi eccellenti della politica. Ne nasce uno scambio di accuse che sfocerà poi nelle parole di Orlando a Samarcanda. Accuse che Falcone definirà “un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario che noi rifiutiamo. Se il sindaco sa qualcosa, faccia nomi e cognomi, citi i fatti, si assuma le responsabilità di quel che ha detto. Altrimenti taccia: non è lecito parlare in assenza degli interessati”. Il putiferio si trascinerà fino all’anno seguente: il 15 ottobre del 1991 Falcone viene convocato dal Csm, deve rispondere delle accuse contenute in un esposto contro la procura di Palermo firmato da Orlando e da altri due esponenti de La Rete, Alfredo Galasso e Carmine Mancuso, in cui si chiede conto dell’insabbiamento di un decennio di indagini. Non accadde nulla, ma per il giudice, che aveva intanto accettato il trasferimento a Roma per guidare l’Ufficio affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia, l’amarezza è enorme. “Orlando – dirà poi – ormai ha bisogno della temperatura sempre più alta. Sarà costretto a spararla ogni giorno più grossa. Per ottenere questo risultato lui e i suoi amici sono disposti a tutto, anche a passare sui cadaveri dei loro genitori. Mi fa paura”. I due non si chiariranno più. Per Mafia Falcone quello del sindaco fu un tradimento: “Il tradimento di Orlando – dirà in un’intervista al Corriere della Sera – fu ancora più doloroso perché fu il tradimento di un amico. Lo visse così Giovanni e l’ho vissuto così io stessa. Orlando deve dire solo quattro parole. Con Falcone ho sbagliato”. Quattro parole che Orlando non ha mai pronunciato. Ma più volte è tornato a quei tempi dando sempre la stessa chiave di lettura: “C’è stata una difficoltà di comprensione con Giovanni Falcone, ma io credo che lui ha fatto fino in fondo il magistrato e io fino in fondo il politico. Io da politico pensavo dovesse fare anche lui il politico. Io ho fatto la mia parte, quella di chi stimola, lui la sua, quella di chi ha bisogno di prove. Ho avuto insulti e attacchi ai quali non ho mai replicato, perché credo che anche questa sia una forma di rispetto per le battaglie che io ho fatto ma che ha fatto pure Giovanni Falcone. Anche meglio di me”.

Articoli correlati

*

Top