Non c’è pace per gli animali, nemmeno per le specie protette

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La morte dell'elefantessa Yani

Uccelli, pesci, zebre, leoni, giraffe: l’elenco è lungo, per questi animali. Alcuni di loro, se continuerà così il nostro atteggiamento distruttivo, non esisteranno più in un prossimo futuro

Già porre fine alla vita di miliardi di vite animali in un anno, per alimentarci, vestirci e sperimentare nuovi farmaci per alcuni è un fatto discutibile. Ma di sicuro uccidere rappresentanti di specie in via di estinzione è una vera e propria idiozia. E il bello è che c’è chi, cacciatore, bracconiere o pescatore che sia, adduce anche delle scuse fantasiose per giustificare il proprio insensato gesto. La prelibatezza di certe carni per qualche cultura, le pelli pregiate, il brivido di possedere qualcosa di unico al mondo: in buona sostanza sono queste le motivazioni che spingono a mettere a repentaglio l’esistenza di alcune specie in questo mondo.
Ma come si fa a infrangere le regole che mirano al ripopolamento di cieli, mari e terra? E quanto c’è di antistorico ed anacronistico nel voler tenere ancora in piedi circhi e zoo, con animali tenuti in cattività, nell’era di Internet e dei viaggi low-cost?
Deve covare qualcosa di malato e nascosto, dettato dall’ingordigia e dalla vanità umana, il voler privare la terra di qualche essere senziente, protetto e tutelato affinché non scompaia, con le azioni che sempre più riempiono le pagine dei giornali in un periodo che il miope antropocentrismo sembra dominare senza limiti.
Abbiamo preso alcuni fatti come esempio. Tanti ce ne sono stati e troppi ce ne saranno, di questi spiacevoli eventi. Che inesorabilmente concorrono alla sparizione di molti esemplari ed alla progressiva dissipazione di un patrimonio di diversità che fino a pochi decenni fa arricchiva il nostro pianeta.
Dalla Cina arriva l’inquietante notizia inerente la cattura di un raro squalo balena. Due pescatori sono stati arrestati per aver pescato ed ucciso un esemplare di quel pesce, purtroppo in via di estinzione. L’intenzione era quella di vendere la sua carne al mercato nero, dove viene quotata per appena 30 centesimi di euro al chilogrammo. L’arresto è scattato dopo la diffusione sul web delle immagini che ritraevano l’animale esanime, e a nulla sono valse le difese dei due pescatori, che hanno asserito che lo squalo era già morto da tempo di cause naturali quando l’hanno trovato in mare. Ad inchiodarli sono state le foto che ritraevano lo stesso esemplare di squalo balena nella stessa zona pochi giorni prima del fattaccio. Ad effettuare la comparazione sono stati alcuni investigatori incaricati dal governo cinese, per il quale la cattura di questo raro pesce è sì consentita, a patto che lo si rimetta subito in libertà. Per un essere in estinzione ci si aspetterebbe un tantino in più di riguardo, dal momento che anche la pesca è per lui una fonte di stress non indifferente.
Altro posto, storia diversa, ma stessa sostanza. In uno zoo indonesiano, più precisamente il Bandung di Giava, è morta un’elefantessa di 34 anni di nome Yani, sdraiata sul pavimento con ancora le catene che le avvolgevano le zampe. Dalle foto sembra che l’animale abbia gli occhi inumiditi dalle lacrime per il dolore patito. Queste immagini hanno fatto il giro del mondo suscitando aspre polemiche e rinnovando le critiche a quello che viene chiamato “lo zoo dell’orrore”. Tutti i luoghi dove sono detenuti animali in cattività sono da deprecare, ma sembra che il Bandung spicchi per la bassa qualità sella vita riservata agli animali che vivono lì reclusi. In seguito all’evento lo zoo indonesiano è stato momentaneamente chiuso, aspettando l’autopsia sull’animale che stabilirà le cause delle morte. Una petizione promossa da associazioni animaliste, supportata da oltre 10mila firme, ha chiesto la fine della struttura, e allo stesso tempo le autorità del paese asiatico hanno fatto spallucce di fronte all’evento, asserendo di non aver ricevuto nessuna comunicazione sulle condizioni di salute dell’elefantessa, che peraltro appartiene a una specie protetta di elefante di Sumatra. Purtroppo “il caso di Yani è solo la punta dell’iceberg”, dichiara il Jakarta Animal Aid Network. “Molti degli animali rinchiusi negli zoo indonesiani stanno morendo per le pessime condizioni in cui vivono qui”.
Quanto accaduto fa il pari con il davvero pessimo business portato avanti da alcune decine di allevamenti sudafricani che crescono in cattività leoni e tigri (ma anche puma, ghepardi ed altri animali esotici) per poi farli uccidere in finti safari da cacciatori che non hanno voglia di rincorrere le prede per giorni e giorni. Preferendo così abbatterle in comodi recinti, provando che effetto faccia il sopprimere la vita di un animale predatore.
Oppure con la storia che arriva dalla Cina, dove dall’inizio dell’anno un orso polare è rinchiuso in una gabbia di vetro nel cuore di un centro commerciale. Privato della libertà, dell’aria aperta e della luce del sole se ne sta lì malinconico, mentre frotte di visitatori lo fotografano tra un acquisto e l’altro.
Nella “civile” Europa le cose non vanno meglio. Sempre in alcuni zoo del nord del continente giraffe, leoni e tigri non sembrano passarsela in modo ottimale, come tutti si aspetterebbero.
In Norvegia, nel Kristiansand Dyrepark, una zebra è stata uccisa e data in pasto alle tigri che provvedevano a sbranarla davanti agli occhi attoniti dei visitatori e soprattutto dei bambini. L’animale, dice la direzione dello zoo, è stato abbattuto perché “in esubero”. Successivamente il corpo è stato utilizzato per nutrire “in maniera naturale” i predatori. Geniale. Ma rimettere in natura la povera zebra no?
Purtroppo questo è solo l’ultimo caso di una serie di eventi che hanno coinvolto ad esempio una giraffa di nome Marius, esemplare di 18 mesi, che nel 2014 è stata uccisa per poi utilizzare la carcassa sia per studi scientifici, sia per sfamare i leoni presenti nella struttura.
Hanno destato scalpore le immagini, girate sui social l’anno seguente, che ritraevano le operazioni di dissezione di una leonessa avvenute in Danimarca, nello zoo di Odense. Il tutto veniva fatto tranquillamente alla luce del sole, davanti agli occhi disgustati di grandi e piccini. Anche in quel caso l’animale era stato abbattuto (circa 9 mesi prima) e la decisione di far vedere le fasi di smembramento pubblico del leone era stata presa dalla direzione “con l’obiettivo di diffondere la conoscenza. Lo facciamo da 20 anni – ha candidamente spiegato Michael Wallberg Soerensen – non per divertimento ma perché è educativo. Riguardo al fotto di aver ucciso il leone per noi era necessario perché ne avevamo troppi e non siamo riusciti a trovare un altro zoo pronto ad ospitarlo”. Ovviamente, anche in questo caso, l’eventualità di reintrodurre l’animale in natura non era stata nemmeno presa in considerazione. Era più pratico ed economico ucciderlo, of course.
E da noi come vanno le cose? Maluccio, almeno leggendo cosa accade durante il periodo di migrazione degli uccelli che tornano da noi dopo aver svernato altrove. Li accogliamo infatti con doppiette e trappole, una delle quali è stata rinvenuta a Rimini, nell’ambito di una operazione antibracconaggio. Le guardie ecozoofile di Fare Ambiente sono intervenute dopo aver rinvenuto una gabbia al cui interno era presente un esemplare di Lucherino, animale appartenente alla lista delle specie protette. Appurato che si trattava di una trappola per altri uccelli, collocata stavolta tra le abitazioni e non sugli alberi, le guardie hanno avvisato la Polizia Provinciale che con un controllo più approfondito ha proceduto al sequestro di altri esemplari di fauna protetta illecitamente detenuti per attirare e favorire la cattura di altri uccelli. Dopo il ritrovamento è scattata la denuncia all’autorità giudiziaria a carico di un uomo che disponeva anche di diversi merli e di uno storno. Gli esemplari sono stati consegnati ad un’associazione di volontariato per la loro reintroduzione in natura, dopo che ovviamente gli saranno prestate le cure necessarie.
Tutti questi casi denunciano un atteggiamento irrispettoso nei confronti di molte specie protette, che di converso vorrebbero essere salvate dall’estinzione per mezzo di embrioni “chimera”. In questo modo alcuni scienziati vorrebbero tutelare il rinoceronte bianco del nord, presente in natura con soli tre esemplari. Gli ultimi superstiti vivono in Kenya, sono un maschio e due femmine, una molto anziana e l’altra con seri problemi all’utero. Gli studiosi vogliono salvare la specie in laboratorio, e intendono esportare l’esperimento anche in altri animali a serio rischio sparizione. Si è alla ricerca di una strategia che, tralasciando gli aspetti scientifici, è concettualmente lodevole.
Se ad essa si affiancasse un rispetto ed un’attenzione più marcate verso le specie in estinzione, senza doversi ridurre a tutelare i pochi esemplari rimasti, saremmo tutti più contenti. Soprattutto di vivere in un pianeta dove regna l’armonia.

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