Matteo Renzi e la Rai che verrà

Matteo Renzi e la Rai che verrà

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Rai

I tempi stringono per la nuova Rai di Renzi. Il premier vuole che tutto sia pronto per l’autunno. A ottobre, massimo novembre, la presidente “di garanzia” Anna Maria Tarantola, il direttore generale Luigi Gubitosi e gli attuali consiglieri d’amministrazione, dovranno lasciare l’azienda. Un’azienda che sarà radicalmente rinnovata nella “governance” e nelle fonti di introito. L’opzione preferita da Renzi (e in questo avrebbe già l’intesa con il ministro-azionista Padoan) è quella di applicare in viale Mazzini il modello “duale”. Un sistema che non ha funzionato per gli istituti di credito, ma che viene invece ritenuto ideale per la Rai. Quindi, un Consiglio di Sorveglianza e Indirizzo (con indicazioni di nomina del Quirinale e dei Presidenti dei due  rami del Parlamento) ed un Consiglio di Gestione, a capo del quale ci sarebbe un amministratore unico con pieni poteri.

Naturalmente, appena questa opzione è stata illustrata agli “addetti ai lavori” incaricati di mettere nero su bianco la riforma della Rai, è iniziato puntualmente il gioco delle candidature. E sono in diversi ad aver identificato in Walter Veltroni il presidente del Consiglio di Sorveglianza a cui pensa il premier. Perché Veltroni ha il “curriculum” adatto per un incarico del genere al vertice di un’azienda come la Rai che non potrà non mantenere una forte identità pubblica (ma con ineliminabili striature politiche). “Figlio d’arte” (il padre Vittorio fu il primo direttore del telegiornale Rai), è stato vicepresidente del Consiglio, sindaco di Roma, ministro dei Beni Culturali, fondatore e primo segretario del Pd. “Ma anche” il primo a farsi da parte su invito del “rottamatore”, per poi schierarsi subito al suo fianco nella battaglia per un partito davvero rinnovato. E per finire, non guasta certo la passione cinefila culminata nel modesto –ma  incensato a sinistra- “Quando c’era Berlinguer”, un capolavoro di ipocrisia  che ha comunque rinnaffiato le radici del vecchio PCI.

Per la figura di amministratore unico alla guida del Consiglio di Gestione, oggi come oggi,  Renzi vedrebbe bene un manager come l’ex-amministratore delegato dell’ENI e di TELECOM, Franco Bernabè. Con chi ha provato a stuzzicarlo su questo nome, il premier ha preferito fare il vago, limitandosi a dire che “il livello e le capacità sono quelle giuste”, ma aggiungendo che “ci sono anche altri manager con uguali caratteristiche”.

Più chiari, invece, appaiono i contorni delle risorse sulle quali dovrebbe contare la Rai dell’era renziana. Su questo, il premier e Padoan avrebbero concordato una quota intorno ai 1.300 milioni di euro, mille dei quali provenienti da un canone fortemente ridotto perché finanziato progressivamente  dai proventi dell’evasione fiscale in tema di scommesse e gioco on line; gli altri trecento arriverebbero dalla pubblicità. Oggi, l’ex-SIPRA, sempre in piena crisi del settore, raccoglie circa 7/800 milioni. Ecco che in questo modo Renzi sarebbe in grado di mantenere la promessa fatta agli altri editori (solo della carta stampata o anche della concorrenza tv?) di far loro recuperare sul mercato fino a 500 milioni di euro.

Il piano di ridimensionamento della Rai e del servizio pubblico, dunque, si è messo in moto e sembra inarrestabile. L’unico vantaggio, per viale Mazzini, sarà il contestuale rinnovo della convenzione con lo Stato. Un po’ poco, per riuscire a salvaguardare gli attuali livelli occupazionali dell’azienda. Per la Rai sarà un autunno caldo, molto caldo.

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