Almerigo Grilz, l’inviato (di destra) caduto in guerra e dimenticato

almerigo grilz

Sono passati 29 anni dalla morte di Almerigo Grilz, il primo giornalista italiano caduto su un campo di battaglia dopo la seconda guerra mondiale. Ma il nostro Paese sembra averlo dimenticato.

In pochi continuano a rendere il giusto omaggio al cronista ucciso nel 1987 in Mozambico, mentre filmava la battaglia tra l’esercito della Frelimo, già allora al potere a Maputo, e i guerriglieri della Renamo. Uno dei giornalisti che ogni anno ricorda la figura di Almerigo Grilz è il suo amico e collega Gian Micalessin, una delle voci più autorevoli in fatto di scenari di guerra, vivendoli in prima linea. Però, nel ricordo apparso sul Tempo che Micalessin ha fatto di Almerigo Grilz, non c’è solo il ritratto emozionante che ricorda un amico, ma anche una denuncia verso quanti in questi anni hanno contribuito in maniera colpevole a dimenticare la sua figura.

Ancora oggi, infatti, nelle scuole di giornalismo non si pronuncia il nome di chi ha avuto il coraggio di raccontare guerre dimenticate sul finire degli anni Ottanta. La colpa, appunto, come ha sottolineato giustamente Micalessin, è soprattutto di una precisa area politica e culturale e dei suoi esponenti che hanno rivestito importanti incarichi di governo: “Gianfranco Fini che da giovane segretario nazionale del Fronte della Gioventù in trasferta a Trieste dormiva regolarmente nella cameretta di Almerigo si è ben guardato, anche quand’era presidente della Camera, dall’organizzare un convegno o un pubblico ricordo per quello che nella cerchia di partito continuava a definire un ‘amico’”.

“La sua unica colpa – scrive Micalessin – è stata quella di non aver mai rinnegato il proprio passato. Di esser diventato giornalista e reporter di guerra dopo esser stato il segretario del Fronte della Gioventù di Trieste e aver ricoperto incarichi nazionali nell’allora Movimento Sociale Italiano”. Cosa hanno comportato queste “gravi macchie” nel passato di Almerigo Grilz? “Ordine dei Giornalisti e Associazione della Stampa di Trieste, due organi a cui era regolarmente iscritto – denuncia Micalessin – continuano a considerare una sorta di sfregio la richiesta d’accogliere una lapide con il suo nome accanto a quelle dedicate all’inviato Rai Marco Luchetta e agli operatori Alessandro OTa, Dario D’Angelo e Miran Hrovatin morti tra Bosnia e Somalia”.

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