Gramsci e il Fascismo, ecco la controstoria di Lo Piparo

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Un’altra storiella prodotta dall’antifascismo è destinata a sgretolarsi: la persecuzione del Fascismo ai danni di Antonio Gramsci, tra i principali oppositori politici di Mussolini, è stata notevolmente ridimensionata da Franco Lo Piparo sul Corriere della Sera.

Se «l’antifascismo – secondo Amadeo Bordiga – è il peggior prodotto del fascismo», si può dire che la mistificazione del fascismo è stato il peggior risultato dell’antifascismo stesso, come ha raccontato, appunto, Pietro Lo Piparo, ordinario di Filosofia del linguaggio all’Università di Palermo. Purtroppo però, un importante tassello della controstoria sulla persecuzione che il Fascismo ha attuato nei confronti dei nemici è destinato all’oblio: con ogni probabilità, infatti, l’interessante ricostruzione storica che Lo Piparo ha fatto della detenzione di Gramsci, tra i fondatori del Partito Comunista Italiano, verrà insabbiata e molto presto nessuno ne parlerà.

Lo Piparo comincia a distruggere la vulgata ufficiale, partendo da una delle frasi più famose che riguardano appunto il processo contro l’oppositore: “Per venti anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare” sarebbe stata la frase pronunciata dal pubblico ministero nel processo contro Antonio Gramsci. La notizia la dà Togliatti nell’articolo scritto nel 1937 per commemorare la recente morte del compagno. Peccato che quelle parole non siano mai state dette da nessuno: basta leggere gli atti del processo, pubblicati da Domenico Zucaro nel 1961. Tutte le falsificazioni riguardanti il Ventennio italiano ancora oggi al centro di numerose analisi, partirebbero proprio dalle invenzioni che hanno coinvolto Gramsci.

La ricostruzione delle ultime ore del fondatore del Pci, inoltre, coinvolge anche la sua importante produzione letteraria: sempre Togliatti, nel 1944, racconta che i Quaderni scritti da Gramsci vennero sottratti dalla cella in cui morì grazie alla cognata Tania che approfittò della confusione poco prima che l’oppositore comunista spirasse. Peccato che Gramsci non morì affatto in galera, “ma in una delle cliniche più costose di Roma, la Quisisana” nel raffinatissimo quartiere dei Parioli. Come sottolinea ancora Lo Piparo, Gramsci “era accusato di avere attentato alla sicurezza dello Stato. In presenza di un tale capo di imputazione anche i regimi liberal-democratici adottano misure di rigido controllo di ciò che il detenuto scrive. Mussolini, se avesse voluto sequestrare i Quaderni, non aveva che da applicare leggi e regolamenti. Nessuna astuzia di compagni e cognata sarebbe stata efficace. I Quaderni uscirono dalla clinica col consenso o nel disinteresse totale del fascismo. Perché? Escluderei il ricorso all’inefficienza dell’apparato repressivo”.

Ma un dubbio rimane sulle motivazioni dell’arresto di Gramsci, dal momento che era coperto da immunità parlamentare: per questo, sempre secondo Lo Piparo, la sua carcerazione fu illegale e la sua sentenza o infondata o eccessiva, di sicuro contro il volere di Mussolini che immediatamente provvide a creare una sorta di rete protettiva da lui direttamente governata, che tutelasse lo stesso Gramsci. Che l’oppositore godesse di un regime detentivo speciale – nel senso positivo dell’accezione – lo testimoniano le lettere che scriveva alla madre in cui – nel settembre del 1931 – le raccontava della “cella molto grande, forse più grande di ognuna delle stanze di casa. Ho un letto di ferro, con una rete metallica, un materasso e un cuscino di crine e un materasso e un cuscino di lana e ho anche un comodino”.

Anche le letture di Gramsci in carcere denotano larghissime concessioni di Mussolini nei confronti del “detenuto speciale”: “A volte – scrive Lo Piparo – il direttore gli proibisce la lettura di determinati libri. Gramsci scrive direttamente a «S.(ua) E.(ccellenza) il Capo del Governo» e l’autorizzazione alla lettura arriva. Nella lettera dell’ottobre 1931 indirizzata a Mussolini, ad esempio, scrive: «Ricordando come ella mi abbia fatto concedere l’anno scorso una serie di libri dello stesso genere, La prego di volersi compiacere di farmi concedere in lettura queste pubblicazioni». Tra esse ci sono: La révolution défigurée di Trotsky, Le opere complete di Marx e Engels, le Lettres à Kugelmanm di Marx con prefazione di Lenin”.

L’altro giallo dei Quaderni di Gramsci riguarda il timbro carcerario presente sugli scritti: dodici dei trentatré quaderni a noi pervenuti non hanno timbro carcerario e sono stati interamente redatti nelle cliniche. A partire dal dicembre 1933, infatti, fino alla morte (aprile 1937) Gramsci non è più in carcere ma nella clinica Cusumano, a Formia, prima, nella costosa clinica romana Quisisana dopo. Per questo, secondo Lo Piparo, “correttezza filologica vorrebbe che venissero chiamati Quaderni del carcere e delle cliniche”. Il fascismo, conclude il docente, è crollato da più di settanta anni. Dalla morte di Gramsci sono passati settantanove anni. Il muro di Berlino è stato abbattuto ventisette anni fa. I tempi sono più che maturi per esplorare senza pregiudizi ideologici un capitolo fondamentale della storia d’Italia. Se non ora, quando?

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