Bruno Contrada, anche i suoi ex colleghi chiedono la riabilitazione

Bruno Contrada in carcere

La fiction andata in onda sulla Rai – che ha raccontato la vita dell’ex capo della Squadra Mobile di Palermo Giorgio Boris Giuliano – ha anche riacceso i riflettori sul rapporto che il commissario aveva con il suo collega e amico Bruno Contrada: l’ex poliziotto condannato in via definitiva a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa

Ma Bruno Contrada è veramente un “concorrente esterno” dell’organizzazione criminale Cosa Nostra? È stato veramente un ex poliziotto “colluso” che per anni ha fatto il doppio gioco tra lo Stato e l’Antistato? Se la verità fosse solo quella partorita nelle aule di giustizia, la risposta sarebbe senz’altro sì: Contrada è un colluso e concorrente esterno della mafia.

Così ci racconta, infatti, la sentenza definitiva della Corte di Cassazione che nel 2007 lo ha condannato a 10 anni di carcere. Nonostante nel 2015 un’altra di sentenza, quella della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sia arrivata a stabilire che invece, Contrada, per i fatti che gli sono stati contestati (accaduti fino al 1992), non sarebbe dovuto neanche essere processato visto che, il reato di concorso esterno (introdotto nel 1994 con la sentenza Demitry della Corte di Cassazione) non esisteva ancora.

Ma al di là di quella che può essere la verità giudiziaria, sulla vicenda di Bruno Contrada le domande sorgono ancora legittime. E non soltanto perché Contrada abbia sempre continuato a professarsi innocente. Come ha ribadito anche nel libro scritto da Letizia Leviti dal titolo “La mia prigione: Storia vera di un poliziotto a Palermo” pubblicato da Marsilio, nel quale l’ex dirigente generale della Polizia di Stato, rispondendo alle domande della giornalista, ha fornito la sua verità sui fatti che lo hanno riguardato e le accuse che gli sono state mosse contro. Come il rapporto di confidenza che secondo il racconto di alcuni pentiti (come Rosario Spatola, Gaspare Mutolo, o Francesco Marino Mannoia) Contrada avrebbe mantenuto per anni con alcuni boss palermitani del calibro di Rosario Riccobono, detto Saro, (ucciso nel 1982 nell’ambito della guerra di mafia) in base al quale l’uno avrebbe passato all’altro informazioni sulle rispettive organizzazioni.

Un rapporto che Contrada invece, come ha anche ribadito nel libro della Leviti, ha sempre negato e continua a fare nella maniera più assoluta. Ma adesso, una fiction andata in onda sulla Rai che ha raccontato la vita dell’ex capo della squadra mobile di Palermo, il commissario Giorgio Boris Giuliano, ucciso dalla mafia nel 1979, è stata l’occasione per ritornare a parlare di Contrada e della sua vicenda. Sulla quale sono tornati ad esprimersi anche alcuni suoi ex colleghi della squadra mobile di Palermo.

I quali, nonostante la sentenza di colpevolezza, continuano a dimostrarsi convinti dell’innocenza di Bruno Contrada. Tra questi l’ex questore oggi musicista Paolo Moscarelli il quale, come riporta Felice Cavallaro sul settimanale Sette del Corriere della Sera, al momento di essere “convocato” “per alcuni consigli” da chi si stava occupando della fiction, avrebbe posto come “condizione assoluta” che fosse restituita a Contrada “la dignità offesa nei tribunali”.  A partire dalla verità sul rapporto con lo stesso Boris Giuliano che Contrada nel libro della Leviti ha definito senza mezzi termini “non un collega, né un amico, semplicemente un fratello”. E sul quale invece alcuni avrebbero dato tutta un’altra versione. Sostenendo che al contrario i rapporti tra lui e Giuliano non fossero così buoni. Come il senatore della Rete Carmine Mancuso il quale avrebbe sostenuto l’esistenza di un litigio tra Giuliano e Contrada avvenuto in auto, a causa della forte opposizione di quest’ultimo alle indagini che Giuliano stava portando avanti sul conto di Michele Sindona.

Un litigio del quale Contrada avrebbe invece parlato anche nel libro della Leviti, dicendo che una testimonianza dell’autista di Giuliano, l’agente di Polizia Salvatore Agrifoglio, avrebbe completamente smentito la versione di Mancuso. Il quale tuttavia non sarebbe stato l’unico a parlare di Giuliano e di Contrada. Come lui anche l’agente della Dea Charles Tripodi detto Tom, che sarebbe giunto ad affermare che i rapporti tra i due non fossero poi così buoni. Dato che secondo le informazioni in suo possesso Giuliano, di Contrada, non si sarebbe fidato affatto.

Anche di Tripodi, Contrada, avrebbe parlato nel libro della Leviti affermando che negli anni in cui era poliziotto a Palermo “di lui nessuno aveva mai sentito parlare”.  Nonostante invece l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro a proposito di Tripodi abbia scritto (sulla quarta di copertina di un libro scritto da Tripodi stesso) di aver avuto modo di apprezzare il coraggio di Tripodi dopo aver lavorato con lui in Sicilia per combattere la mafia.

Adesso però dalla parte di Contrada sono ritornati a schierarsi i suoi ex colleghi di quegli anni a Palermo. I quali come ha scritto Cavallaro nel suo articolo, non esitano a considerare ancora oggi, Contrada “un gemello” di Giuliano. Sostenendo che non si possa parlare di Boris “senza parlare di Bruno”.

E continuando a nutrire dei dubbi sulle accuse mosse contro di lui. Come appunto Paolo Moscarelli. Oppure, il suo collega ed ex questore di Bari e di Trento Vincenzo Speranza. O ancora l’allora vice di Boris Giuliano Vittorio Vasquez, o l’ex dirigente della Mobile di Roma Guglielmo Incalza o ancora il prefetto Vincenzo Boncoraglio. Fino ad arrivare all’ex capo della squadra “omicidi” Tonino De Luca, oggi scomparso il quale, come riporta lo stesso Cavallaro, un giorno disse che “a Palermo si uccide anche con la calunnia”.  Tutti ex colleghi di Giuliano e di Contrada alcuni dei quali come Ignazio D’Antoni o Vincenzo Speranza finiti sotto inchiesta dopo essere stati accusati dai pentiti. I quali, a distanza di anni, non nascondono la delusione per come siano andate le cose. Ripetendo, tutti in coro, che “i magistrati avrebbero dovuto ascoltare noi”. Anziché la versione dei pentiti.

 

 

 

Articoli correlati

*

Top