Ecco come i cinesi si stanno divorando le nostre eccellenze

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L'immaginario restyling dello stadio Meazza

E’ data per certa l’acquisizione del Milan, dopo che le quote di maggioranza dell’Inter sono finite nelle mani dei cinesi. Pezzo dopo pezzo stiamo svendendo il “made in Italy”.

Prima l’Inter, che già era di proprietà indonesiana e schierava una formazione di stranieri. Ora il Milan, in procinto di passare ai cinesi dopo più di 30 anni di presidenza Berlusconi.

Da mercato vergine da esplorare, quello cinese, è passato in pochi decenni ad un elite di compratori dal soldo facile. Il patron stesso della società milanista ha giudicato affidabile e capace di riportare i rossoneri ai fasti del passato la cordata ad occhi a mandorla, intenzionata a rilevare la compagine meneghina.

Questo è l’ultimo capitolo di una storia che si ripete da ormai qualche anno. Imprenditori nostrani, ammaliati dal denaro (tanto e subito), che decidono di cedere la maggioranza delle quote dell’azienda (magari fiori all’occhiello dell’economia italiana) che fino a quel momento avevano condotto.

Il calcio, si sa, è lo specchio fedele della società. E da esso traspare pessimismo, paura di accumulare debiti, stanchezza e decadenza da cui l’unica strada possibile per salvarsi sono le montagne di soldi che arrivano dall’oriente.

E allora seguono le orme di Ansaldo Energia, che due anni fa ha ceduto il 40% del suo pacchetto azionario alla Shanghai Electric per 400 mln di euro, la quale ha arricchito il portfolio delle aziende da lei controllate e le ha permesso di diventare un colosso mondiale nella produzione di macchinari per la generazione di energia e attrezzature meccaniche, ed oggi capitalizza oltre 5 miliardi di euro.

Oppure parliamo di un’altra eccellenza italiana, stavolta nel campo della moda. Il marchio Krizia è stato venduto al gruppo cinese Shenzhen Marisfrolg, capitanato dell’imprenditrice (nonché aspirante stilista) Zhu Chongyun, futuro presidente e direttore creativo della maison che era una volta italiana. Due anni fa, per assicurarsi il brand, ha sborsato 25,5 mln di euro.

La maggioranza della società italiana Ferretti, specializzata nella produzione di yacht di lusso, è stata ceduta quattro anni fa al gruppo cinese Shig-Weichai. Che con 374 milioni di euro ha rilevato il 75% del gruppo nautico italiano più famoso nel mondo.

Tornando al calcio, anche il settore più remunerativo (quello dei diritti Tv) è finito in mano ai cinesi. Dalian Wanda ha infatti acquisito Infront Sports & Media, la società elvetica riconosciuta come la più importante società di sports marketing al mondo. L’azienda, proprietaria dei diritti tv della serie A, è stata venduta per 1,05 miliardi di euro.

La Pirelli, storico marchio italiano nonché sponsor ventennale dell’Inter, l’anno scorso è diventata cinese nonostante fosse il quinto operatore mondiale nel settore degli pneumatici in termini di fatturato.

Questi ed altri esempi (con importanti sconfinamenti anche nel settore dell’agroalimentare) servono per illustrare come i cinesi seguono una ben precisa strategia, e per farlo hanno speso nell’ultimo quinquennio ben 10 miliardi di euro.

Non vogliamo credere che da noi manchino gli imprenditori. Forse i capitani d’azienda che abbiamo hanno dimenticato come si gestisce un’impresa, o forse non hanno il coraggio per farlo, o meglio ancora sono disposti a cederla, attratti da queste cifre mostruse. L’assenza di uno Stato alle spalle e di una burocrazia miope fa il resto.

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