Ritardo dei giudici nello scrivere la sentenza: liberati tre boss

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Un altro caso (anzi due) di lentezza e di ritardo della giustizia italiana. Lentezza e ritardo dei giudici nello scrivere la sentenza, che hanno portato a rimettere in libertà tre ‘ndranghetisti condannati sia in primo grado che in Appello e ne potrebbero far uscire dal carcere degli altri. Salvati dunque da un magistrato, Stefania Di Rienzo, che dopo 11 mesi dalla pronuncia della sentenza non ha ancora depositato le motivazioni.

Siamo in Calabria e l’inchiesta per il processo “Cosa Mia” era partita nel 2010 dopo una sanguinosa guerra tra cosche (iniziata negli anni 90) condita da ben 52 omicidi e 32 ferimenti. Il processo si era svolto con celerità (c’era ancora Giuseppe Pignatone, oggi procuratore a Roma). Nel 2013 la corte d’assise aveva comminato 42 condanne per un totale di 300 anni di carcere. Impianto accusatorio confermato anche in Appello. La conferma della sentenza in Cassazione, dunque, doveva essere solo una formalità, dato che la durata massima della custodia cautelare è di sei anni e i boss furono arrestati nel giugno del 2010.

E invece, incredibilmente, nonostante i tanti mesi a disposizione dei magistrati per depositare le motivazioni, tre boss adesso sono tutti stati liberati per scadenza dei termini. La corte d’Appello, infatti avrebbe dovuto depositare le carte entro 90 giorni, poi gli avvocati avrebbero avuto 45 giorni per presentare ricorso in Cassazione.

Il giudice della corte d’asside d’Appello Di Rienzo trascorsi i primi tre mesi, aveva poi infatti chiesto una proroga di altri 90 giorni. Sono passati anche quelli e le motivazioni non sono mai state scritte. E gli imputati, con una doppia condanna per associazione mafiosa sul groppone, torneranno a casa.

Un danno processuale enorme e una figura barbina da parte dei giudici.

E questo, gravissimo, caso non è un episodio isolato. Perché in questi giorni, si celebrerà a Catanzaro un altro processo, l’appello per sette imputati della ‘ndrangheta. Sarebbe dovuto partire nel 2011, ma sono serviti 5 anni per formare un collegio di giudici. E c’è il rischio, concreto, che si verifichi lo stesso epilogo dell’inchiesta “Cosa Mia”.

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