Renzi il grande sconfitto delle amministrative

Matteo Renzi

Sono due i grandi sconfitti delle ultime elezioni amministrative: l’attuale classe politica in generale e Matteo Renzi in particolare. L’analisi è sin troppo semplice, scritta in numeri che parlano chiaro. Primo dato rilevante, da cui non si può non partire, è quello relativo al tracollo del Pd e soprattutto di Renzi. Il premier-segretario è senza dubbio il grande sconfitto di queste amministrative.

Più dello stesso Pd, perché Renzi ha preteso di essere il Pd in una personalizzazione della politica e del partito che può aver illuso qualcuno all’inizio ma che sulla distanza si è rivelata per quella che è, e cioè un grande inganno fatto di tanta propaganda, di promesse disattese, di asservimento ai poteri forti. Il nuovo non si è visto e così il rottamatore è diventato vittima del partito della rottamazione, col M5S che ha stravinto a Roma e ha vinto in una roccaforte “rossa” come Torino, con De Magistris, il sindaco più anti-renziano di tutti, che si è confermato stravincendo a Napoli, dove il Pd non è nemmeno arrivato al ballottaggio. Persino a Montevarchi, il paese della ministra Boschi, il Pd è naufragato, battuto dal centrodestra. Tutto ciò dimostra che quando l’arroganza al potere tende a trasformarsi in regime perde clamorosamente.

Renzi dovrebbe solo prendere atto di questa sconfitta e dimettersi, visto che si tratta di un presidente del Consiglio non espressione di un voto popolare che alla prima vera consultazione elettorale, laddove cioè i cittadini hanno potuto giudicarlo sulla base di quello che ha fatto e non di quello che ha promesso o elargito sotto forma di mance elettorali, ha perso in maniera netta. Non sono bastati neppure i ricatti e l’occupazione di tv e giornali per limitare i danni. Dagli italiani è arrivato un segnale netto, inequivocabile, che non può essere derubricato con la solita scusa che tanto si tratta di un voto locale, sui sindaci e non sul governo. E’ vero semmai il contrario: il voto ha bocciato il governo e il Pd prima ancora che i candidati sindaco, come dimostrano i risultati di Torino, dove Fassino ha fatto anche bene ma è stato comunque sconfitto nettamente per colpe non sue o non solo sue, e di Roma, dove Giachetti ha inevitabilmente scontato la vergogna di Mafia Capitale e di un Pd romano profondamente inquinato, in mano a bande locali, ostaggio di opportunisti della politica quando non di veri e propri delinquenti.

Il messaggio mandato degli italiani, insomma, ha un destinatario chiaro: Matteo Renzi. Il quale farebbe bene a prendere atto della sconfitta e a dimettersi, restituendo ai cittadini il diritto di voto, ma non lo farà perché vorrà giocarsi tutto al referendum dell’arroganza incostituzionale. E’ chiaro però che ha ormai esaurito il suo credito: potrà prolungare la sua agonia politica di qualche mese, ma a ottobre gli italiani torneranno alle urne e lì, dicendo no allo scempio della Costituzione, potranno mandarlo definitivamente a casa.
Detto ciò, l’altro dato su cui è opportuno fermarsi a riflettere è quello relativo all’astensionismo. Un astensionismo sicuramente fisiologico per i ballottaggi ma comunque sintomo di un disagio che neppure la pretesa rottamatrice di Renzi o del Movimento 5 Stelle è riuscito ad attenuare: domenica l’affluenza alle urne è stata complessivamente del 50,5%, un italiano su due ha cioè deciso di non andare a votare. Il che non significa solo disimpegno (a giugno meglio andare al mare che al seggio) o qualunquismo (sono tutti ladri). Significa anche e soprattutto che una parte sempre più ampia di elettorato non si riconosce davvero in nessuna delle offerte politiche in campo. Non in quella dei partiti tradizionali, di centrodestra come di centrosinistra, visti sempre più come improbabili dinosauri del passato, ma nemmeno in quella di rottura del Movimento 5 Stelle, che ha sì vinto a Roma e Torino, ma ha indubbiamente fallito già al primo turno in altre grandi città come Milano e Napoli. E che comunque non è riuscito in generale a sfondare oltre il bacino del proprio elettorato, a dimostrazione di una capacità attrattiva comunque circoscritta, soprattutto quando mancano candidati credibili. Tutto ciò nulla toglie ovviamente alle vittorie schiaccianti di Raggi e Appendino, ma un’analisi più ampia, incrociata con il dato sull’astensionismo, suggerisce una lettura meno trionfalistica. Resta infatti il dato incontestabile che in tanti, disertando le urne, hanno voluto ribadire che non si riconoscono in chi si offre di rappresentarli, di chiunque si tratti.

Quanto ai 5 Stelle, adesso per loro viene il difficile. A Roma e Torino sono chiamati a confrontarsi per la prima volta con grandi responsabilità di governo e con quello che esse comportano, adesso devono dimostrare di essere davvero pronti per governare. Laddove l’hanno già fatto non sempre è andata bene, tra candidati inadeguati, regolamenti di conti interni, vicende poco chiare: penso a quello che è successo a Gela, a Bagheria, a Quarto, dove sindaci ed eletti 5 Stelle si sono rivelati amministratori non sempre degni di essere annoverati nella buona politica. Raggi, Appendino e il M5S in generale hanno ora una grande occasione, vediamo come se la giocano. Noi li giudicheremo dai fatti, com’è giusto che sia.

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