Pd e lo choc ballottaggi. Il premier: “Voto di cambiamento

Pierluigi Bersani

Magari è anche vero, come sostenevano prima del voto alcuni maliziosi retroscenisti, che a Matteo Renzi perdere Roma non dispiaceva poi tantissimo. Tra caso Marino, danni prodotti da Mafia Capitale e la voragine nei conti del Campidoglio, la partita per il Pd era chiaramente già compromessa, lasciare la patata bollente nelle mani dei 5 Stelle poteva essere una opportunità, soprattutto in vista delle politiche, tanto più potendo muovere i fili da Palazzo Chigi.

Insomma, la polveriera Roma come trappola per i grillini alla prima vera grande responsabilità di governo. Ma di sicuro aver dimezzato i sindaci dem, dai 90 uscenti ai 45 di oggi, e aver perso una roccaforte ‘rossa’ come Torino, con la rimonta clamorosa della Appendino su un sindaco, Fassino, che aveva governato bene, ha trasformato i ballottaggi in quella che lo stesso Renzi ha riconosciuto essere stata una netta sconfitta: “Detto che si è trattato di un voto di forte valenza territoriale – ha spiegato il segretario-premier nel difficile day after- dobbiamo chiamare le cose con il loro nome. La franchezza porta a dire che c’è stata una vittoria molto netta, indiscutibile, del Movimento 5 Stelle anche contro di noi”. “Non è stato un voto di protesta ma un voto di cambiamento – ha poi aggiunto -. Ha vinto chi ha saputo interpretare meglio l’ansia di cambiamento. La protesta fine a se stessa era quella di chi si lamentava dell’immigrazione o delle nostre scelte europee, queste elezioni si sono vinte invece sull’ansia di cambiare nei territori più che su un sentimento di rabbia contro l’Europa, contro l’immigrazione o cavalcando atteggiamenti populisti”. Per Ettore Rosato, capogruppo Pd alla Camera, c’è stato “un difetto nella nostra azione. Spesso – ha detto a La Stampa – ci siamo vergognati di mostrare con forza il valore delle riforme approvate, vale per esempio sull’abolizione della Tasi, sugli 80 euro o sul jobs act. E questo è stato un errore, che non può essere imputato a Renzi. Ma a un dibattito interno che ha depotenziato anche il valore delle cose fatte”. Sulla stessa lunghezza d’onda Andrea Romano, senatore convertitosi a Renzi dopo essere stato eletto con Monti, secondo il quale non è stato l’asse con Verdini a penalizzare il Pd: “E’ stato un voto doloroso, ma non credo che a non convincere gli elettori a Torino o a Roma sia stata l’alleanza con Verdini. Dobbiamo piuttosto fare cose più efficaci per quegli elettori che non vedono ancora sulla loro pelle i risultati dell’azione buona fatta dal governo”.

Analisi respinte dalla minoranza dem, sempre più all’attacco sulla perdita di identità del Pd come partito di sinistra. A urne ancora calde aveva subito attaccato Roberto Speranza: “Dobbiamo cambiar rotta e riorganizzare il partito che è sfilacciato e non appare più credibile nella sua missione”. E ancora: “Se non facciamo una lettura nazionale di questo brutto voto non andiamo lontano. La ragione di fondo è, concetto che sottolineo con la penna rossa, la distanza che passa tra il racconto del Palazzo e la percezione che ha la gente della propria esperienza concreta. Inutile nascondersi: esiste un pezzo significativo di Italia reale immersa nella crisi, che non sa come uscirne. E questo pezzo di Paese pensa di risolvere i suoi problemi con un voto di rottura. Di cambiamento radicale. Ma anche di disperazione”. Ieri, poi, ha rotto il silenzio inziale anche Pierluigi Bersani. Che, pur non scrollandosi di dosso la consueta ambiguità, non ha risparmiato critiche dure: “Io vedo due dati – ha detto al Corriere della Sera-. Al primo turno il Pd è sotto fra i quattro e i sei punti rispetto al 2011, nel secondo viene fuori che su 143 ballottaggi noi avevamo 90 sindaci, ora ne abbiamo 45. Se qualcuno pensa di edulcorare questo dato, vuol dire che Dio lo sta accecando. E se vogliamo reagire non si parli per favore di voto locale e di fisionomie dei candidati. Ovunque sono stato ho percepito disagio e una difficoltà a muovere il nostro elettorato”. Poi, ad Agorà, su Rai3, l’ex segretario ha rincarato la dose: “Le amministrative le ha perse il Pd, a me non piace caricare addosso a una persona sola. Certo, chi guida deve avere l’’umiltà di riflettere. Abbiamo perso perché abbiamo perso il contatto con la realtà che non è quella che Renzi ci sta raccontando. E non è quella che ci raccontano i troppi amici, ci son troppi applausi in giro. Noi appariamo troppo spesso quelli dell’establishment: una sinistra deve andare dove sono i problemi e non trovarsi troppo dalla parte delle soluzioni”.

Insomma, atmosfera più che mai tesa. Con all’orizzonte, ma sempre più vicino, il referendum costituzionale. La madre di tutte le battaglie, su cui Renzi ha detto e ripetuto di giocarsi tutto: o la riforma passa o lui va a casa. Il risultato delle amministrative chiaramente pesa, l’ottimismo ostentato di qualche settimana è inevitabilmente scemato. Se ne parlerà venerdì, in una direzione del partito anticipata che si preannuncia infuocata. Vedremo quanto…

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