Bruno Contrada e Marcello Dell’Utri, storie di ordinaria ingiustizia?

Marcello Dell'Utri e Bruno Contrada

La puntata della trasmissione “Labirinto” condotta da Carmelo Abbate, andata in onda su Rete 4 ha riacceso i riflettori  sulle vicende giudiziarie di Marcello Dell’Utri e Bruno Contrada.

Un ex manager, poi diventato politico e un ex poliziotto accomunati dallo stesso destino di essere stati accusati e condannati in via definitiva per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Sette anni per Marcello Dell’Utri e dieci per Bruno Contrada.  Due storie diverse, entrambe concluse senza un lieto fine: prima con l’ingresso e poi con la permanenza in carcere.  Ma che adesso, la giustizia europea potrebbe “riabilitare”.

Come se appunto si fosse trattato di storie di ordinaria ingiustizia, tutta italiana. Basate su condanne per un reato (il concorso esterno in associazione mafiosa) che non esiste in quanto tale  nel codice penale italiano (non c’è un articolo che lo preveda) ma che è stato introdotto nel 1994 da una sentenza della Corte di Cassazione (la sentenza Demitry). E che nell’aprile del 2015 la CEDU (la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) ha rimesso fortemente in discussione pronunciandosi proprio sul ricorso presentato da Bruno Contrada.

Dando ragione a Contrada (parlando di reato “dubbio”), la CEDU stabiliva anche che l’ex capo della squadra mobile di Palermo, per il reato di concorso esterno, non sarebbe dovuto neanche essere processato. Visto che i fatti che gli sono stati contestati sarebbero stati commessi in un’epoca (a cavallo degli anni Settanta e Ottanta fino al 1992) in cui il reato non esisteva neanche “in via giurisprudenziale” (cioè attraverso una sentenza della Cassazione).

La pronuncia della CEDU, ha ridato speranza anche a Marcello Dell’Utri che attualmente sta scontando la sua pena nel carcere romano di Rebibbia (dopo esservi stato trasferito da Parma in seguito ad un aggravamento delle condizioni fisiche). Ma soprattutto, anche dal punto di vista mediatico, ha riacceso i riflettori su entrambe le vicende.  Ed è questo, ciò che i giornalisti di Labirinto hanno voluto raccontare. Andando anche a sentire alcuni personaggi che li hanno conosciuti o che di loro, negli anni, hanno sentito parlare.

Prima di tutto come persone e poi in relazione alle loro frequentazioni. Come, nel caso di Marcello Dell’Utri, la figlia dell’ex prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, la conduttrice televisiva Rita (convinta dell’innocenza di Dell’Utri) la quale, ricordando i suoi anni a Palermo, quando “mio padre voleva sapere tutto delle persone che frequentavo e sapevo che c’erano 3-4 persone che non  dovevo frequentare”, tra queste, “ di Dell’Utri non ho mai sentito parlare”.

Oppure come il critico d’arte Vittorio Sgarbi che dichiara  semplicemente che per lui “Dell’Utri è innocente mentre è lo Stato che è criminale”. Di Bruno Contrada invece hanno parlato i suoi ex colleghi come Roberto Scotto che lo ha definito “ un emblema della lotta alla mafia” ricordando come proprio nei giorni nei quali (Contrada) venne arrestato “noi eravamo vicini alla cattura di Bernardo Provenzano”. Facendo intendere che forse, tra le due cose, ci sarebbe potuto essere anche un collegamento.

Oppure il giornalista e direttore del “Dubbio” Piero Sansonetti che ha parlato del suo calvario, evidenziando come “Contrada sia stato distrutto, ed oggi è un uomo pieno di rabbia”. Ma anche i suoi grandi accusatori come Antonio Ingroia il quale di Contrada ha detto che “ non è un stato un mafioso ma anzi un poliziotto brillante fino a quando un fatto non gli ha cambiato la vita”. Quale? La morte del collega e amico Boris Giuliano, dopo la quale, secondo Ingroia, “Contrada ha avuto paura e si è gettato tra le braccia della mafia”.

Contrada che invece, negando tutte le accuse (comprese quelle dei quei “manigoldi dei pentiti”), del suo grande accusatore Ingroia dice “che se lo incontrassi sul marciapiede cambierei strada”. E quando il giornalista gli domanda come vorrebbe essere ricordato, risponde: “Come un uomo, e quando ho detto uomo ho detto tutto. Non c’è bisogno di aggiungere altro”.

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