La Brexit una grande opportunità per una nuova Europa

A distanza di qualche giorno, metabolizzato lo choc per l’esito del referendum di giovedì scorso, si può cominciare a fare un’analisi più ampia e meno emotiva sulla Brexit, sulle ragioni che hanno fatto vincere il leave, sullo scenario che si apre adesso per l’Europa. E’ chiaro che nulla sarà più come prima, considerato il peso politico ed economico del Regno Unito.

Ma è anche vero che i britannici nell’Unione ci sono stati sempre controvoglia, tanto da tenere un piede dentro e uno fuori: non sono entrati nell’euro, non hanno aderito al trattato di Schengen sulla libera circolazione, non hanno aderito al fiscal compact, hanno preteso e ottenuto tutta una serie di concessioni sulla politica sociale e in materia di diritti dei lavoratori. Insomma, il Regno Unito ha sempre remato contro l’Unione, ponendo problemi più che cercando di trovare soluzioni per costruire quell’Europa davvero unita sognata da molti. Dunque non dovrebbe nemmeno sorprendere più di tanto che alla fine abbia votato per andarsene.
Fatta questa premessa, la domanda vera è: che cosa rappresenta la Brexit per l’Europa? E l’inizio della fine o una grande opportunità? Io mi annovero tra gli ottimisti, tra quanti cioè vedono nell’uscita del Regno Unito un’occasione unica per l’Unione Europea, quella di riorganizzarsi, di rifondarsi su basi finalmente nuove. Perché l’analisi del voto britannico è sin troppo semplice: chi ha votato per il leave ha votato contro Bruxelles, contro un’Unione Europea malata, strutturalmente antidemocratica. Un’unione che è stata tale solo di nome ma mai di fatto. Un’istituzione amministrata per assecondare soprattutto gli interessi del mondo degli affari, che ha tradito gli ideali nobili dei suoi padri fondatori per trasformarsi negli anni in un centro di potere al servizio di pochi – i soliti potentati della politica, dell’economia e della finanza – e in una cappa sempre più insopportabile per tutti gli altri – i cittadini, la gente comune, il mondo del lavoro.

Anni di imbrogli neoliberisti, di austerità senza senso, di accentramento del potere, di burocrazia soffocante hanno fatto crescere la povertà e prodotto un gigantesco aumento delle diseguaglianze sociali, cui si è accompagnato un restringimento della democrazia e dei diritti. Danni enormi, che hanno inevitabilmente lasciato il segno.
La colpa imperdonabile di chi ha governato in questa fase è stata non solo quella di non aver saputo trovare risposte credibili alla crisi ma anche quella di essersi arroccata dentro al Palazzo, con l’arroganza che sempre caratterizza il potere. Che ci fosse un’insofferenza crescente verso questa Europa ostaggio delle oligarchie finanziarie e burocratiche era cosa nota, ma a Bruxelles non hanno voluto e saputo cogliere i segnali di malcontento, spesso di vera e propria rabbia, che arrivavano da più parti, basti pensare alla Grecia. Segnali di popolo prima ancora che di partiti. La Brexit non è infatti una vittoria delle destre nazionaliste, che hanno puntato tutto sulla paura e sul senso di insicurezza e che adesso si appropriano dell’esito del referendum proponendosi senza titoli come paladini della democrazia, è semmai la vittoria di quella parte di popolo britannico che ha visto nel voto di giovedì la possibilità di dare una lezione all’Europa delle banche e delle lobby, l’opportunità di prendersi una rivincita contro le élite continentali dopo aver subìto per anni.

A differenza di altri io non ne vedo però alcun dramma, nessuna tragedia. Vedo invece un punto di svolta, l’opportunità per l’Europa di ripensare se stessa, di rivedere le proprie priorità, imparando dai gravi errori del passato. Senza più il Regno Unito cadono indubbiamente molti di quegli alibi che negli anni sono serviti per non fare niente, con la scusa che era Londra a bloccare tutto. E’ arrivato perciò il momento di fare piazza pulita con un’idea di Europa che si è rivelata assolutamente fallimentare. Si deve abbattere finalmente l’Europa dei banchieri, delle lobby finanziarie, dei burocrati, dell’austerità e costruire un’Europa nuova ed alternativa, un’Europa centrata sulla crescita e lo sviluppo, l’Europa dei popoli, dei diritti, dei lavoratori concepita da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi a Ventotene. Si chiude un capitolo, si può e si deve aprire un’altra storia. C’è bisogno di speranza, di entusiasmo. Se non ora quando?

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