Usa 2016: piena di scontri la strada al voto

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Scontro tra sondaggisti, tra democratici e repubblicani sulle leggi per le armi ed è scontro pure tra Barack Obama e la Corte Suprema sulla riforma dell’immigrazione: mancano 5 mesi per eleggere il presidente degli Usa, ma la strada per il voto si fa sempre più dura.

Inevitabilmente, questo percorso chiama in causa anche l’Europa, in particolare il recente referendum per il Brexit. Dopo la Gran Bretagna, secondo Donald Trump, toccherà a Francia, Italia e Spagna: “sono tutti candidati all’uscita dalla Ue, perché sono in difficoltà. Ma Francia, Italia e Spagna non sono i soli. Ce ne sono molti altri che sono pronti alla loro versione della Brexit. Vedrete”. L’Italia è stata chiamata in causa dal tycoon americano anche per un altro motivo: in merito all’appoggio che il premier italiano ha annunciato in favore di Hillary Clinton, Trump ha commentato «Renzi non lo conosco neppure, non mi importa. È irrilevante. L’unica cosa importante è avere l’appoggio del popolo americano, che a novembre mi eleggerà presidente».

Le parole del candidato repubblicano sull’Unione europea, però, secondo molti hanno prodotto ripercussioni importanti nel gradimento del popolo americano: «Sono stati commessi troppi errori in Europa – ha aggiunto subito dopo il Brexit – dall’immigrazione, alla politica monetaria. L’intero mondo è in tumulto, per colpa di questa leadership e di quella americana, che non sanno cosa fanno». A causa di queste parole, dunque, nel giro di poche settimane i sondaggi si sarebbero capovolti: neanche un mese fa, infatti, Donald Trump era avanti su Hillary Clinton con il 46% a 44%. Ora, invece, secondo l’ultima rilevazione di Washington Post e Abc, Hillary Clinton staccherebbe il suo diretto competitor di 12 punti, col 51% delle preferenze, contro il 39% dell’imprenditore. Anche secondo un sondaggio Reuters/Ipsos subito dopo il risultato del voto nel Regno Unito dava l’ex first lady avanti di 13 punti. Invece, secondo i dati del Wall Street Journal e dell’Nbc, invece, la Clinton sarebbe in vantaggio solo di cinque punti: 46% a 41%.

A cercare di compattare, ma fino a un certo punto, il fronte democratico è Bernie Sanders che ha annunciato di votare per Hillary Clinton alle elezioni per la presidenza degli Stati Uniti il prossimo 8 novembre. Nonostante con ogni probabilità sarà lei a sfidare Trump alle presidenziali, però, Sanders ha confermato di voler continuare la sua battaglia e la sua campagna fino alla convention del partito a luglio. “Perché farlo quando voglio lottare affinché possiamo fare il meglio possibile, e vincere più delegati possibili?” ha spiegato il senatore del Vermont, sottolineando come questa decisione non sia causa di “divisione” nel partito democratico: “Parlate di divisione io penso a coinvolgere il popolo americano”.

Nei giorni scorsi i parlamentari democratici si sono ricompattati su un tema molto delicato come la legislazione riguardante il controllo della vendita delle armi. Dopo che il Senato ha respinto quattro proposte di legge che prevedevano una stretta sulla diffusione di pistole e fucili, a partire da maggiori controlli sugli acquirenti schedati dall’Fbi o con problemi mentali e dal bando sulle armi più micidiali, i deputati Usa hanno inscenato un sit-in alla Camera durato 26 ore.

Il rifiuto del Senato è arrivato all’indomani della strage di Orlando: anche questa tragedia sembra avesse influito nei sondaggi facendo avanzare Trump, riducendo il vantaggio di Clinton a nove punti (ma l’effetto sarebbe già svanito). Un altro schiaffo ai democratici, in particolare alla presidenza Obama, è arrivato dalla Corte Suprema. La riforma sull’immigrazione, infatti, ha ricevuto un clamoroso stop e ora a rischio espulsione sono ben 5 milioni di persone. Il Senato, nel 2013, sembrava aver trovato un compromesso con un accordo bipartisan; l’anno dopo, però, i repubblicani con le elezioni di midterm si aggiudicarono il controllo del Congresso bloccando così la legislazione alla Camera.

A nulla sono valse le azioni esecutive di Obama (niente espulsione per genitori senza documenti di figli nati negli Usa). Il giudice distrettuale di Bronsville accolse il ricorso dei governatori repubblicani di 27 Stati, confermato da una corte d’Appello federale. Infine, il Dipartimento di Giustizia di Washington, per contestare la sentenza, si rivolse alla Corte Suprema che però ha bocciato le azioni esecutive di Obama.

Ancora 5 mesi, dunque, ma la strada verso lee presidenziali Usa promette di riservare ancora parecchi colpi di scena.

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