Islanda, la lotta all’alcol dietro il miracolo sportivo

Il miracolo Islanda vola nel campionato Euro 2016: un successo che può essere interpretato anche in maniera paradigmatica se si analizzano le cause che vi sono alla base. Prime tra tutte la lotta all’alcol e la valorizzazione dei propri giovani.

Non sarà sfuggito come una nazione di 300 mila cittadini è riuscita a mettere in crisi potenze calcistiche come Portogallo e Inghilterra che negli ex paesi coloniali pescano continuamente nuove stelle, spesso giovanissime, strappandole dalle loro terra d’origine per farne dei calciatori su cui investire. Prima il pareggio contro la squadra del gioiello Cristiano Ronaldo, poi addirittura l’eliminazione di Rooney e soci: la realtà Islanda non solo ha avverato il sogno di qualificarsi per le fasi finali dell’europeo che si sta disputando in Francia, ma è arrivata anche ai quarti.

Come mai un Paese dove a causa delle temperature molto rigide si praticava lo sport solo 4 mesi all’anno, non solo si sta imponendo a livello calcistico, ma si sta guadagnando le simpatie dei tifosi europei? Oltre a limitare fortemente le attività sportive tra i giovani, l’ostilità del territorio e del clima nel tempo hanno creato un grosso problema tra gli adolescenti, come la diffusione dell’alcolismo e del tabagismo. Non erano molte le alternative alla birra da bere nei locali già dal primo pomeriggio per combattere il freddo, dal momento che gli unici impianti dove praticare il calcio erano all’aperto e quindi inutilizzabili per la maggior parte dell’anno.

Così, per limitare una piaga che ha conosciuto i suoi picchi nei primi anni del 2000, è intervenuta con successo la Politica delle istituzioni, quella con la “P” maiuscola che antepone gli interessi e la salute dei propri cittadini ai facili guadagni per pareggiare i conti di bilanci perennemente in negativo. Per capire meglio, in Islanda c’erano solamente 12 campi da gioco, di cui 5 di calcio a 11: per rispondere alle esigenze di chi voleva praticare sport, era presente solo una struttura al coperto. Negli anni la tendenza si è letteralmente invertita e si contano 159 strutture all’aperto e ben 19 sono quelle indoor.

Contemporaneamente, per crescere nuovi talenti, è stata introdotta l’obbligatorietà del patentino UEFA B per allenare sia le prime squadre che le categorie giovanili precedenti. In questo modo il calcio è riuscito a crescere nel giro di dieci anni in maniera importante.

Senza fuoriclasse, con una popolazione totale che è pari a quella di due municipi di Roma, il miracolo Islanda è riuscito a far fuori la corazzata inglese. Mettendo in crisi gli stereotipi che vedono la società multirazziale e il melting pot come unico modello vincente, anche nello sport.

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