Quando il Venerabile Maestro rivendicava i… ‘diritti d’autore’

Il "Venerabile Maestro" Licio Gelli

Burattinaio, Belfagor, Venerabile Maestro. Ovvero Licio Gelli, il grande capo della P2, l’uomo dei misteri d’Italia. Il suo nome resta indissolubilmente associato ad alcuni dei capitoli più oscuri della prima e della seconda Repubblica, tra intrighi, progetti eversivi, trame nere, accuse di cospirazione ai danni dello Stato. La P2 è stata infatti coinvolta, direttamente o indirettamente, in tutti i principali scandali e misteri italiani dagli anni Settanta agli anni Novanta: tentato golpe Borghese, strategia della tensione (stragi di piazza della Loggia a Brescia, dell’Italicus, di Bologna), crack Sindona, caso Calvi, scalata ai grandi gruppi editoriali, sequestro Moro, delitti e stragi di mafia, tangentopoli.

Nella sua relazione conclusiva sulla loggia, la presidente della Commissione Parlamentare d’inchiesta, Tina Anselmi, definirà la P2 “un’operazione di segno sostanzialmente eversivo”, che si è posta “come motivo d’inquinamento della vita nazionale mirando ad alterare in modo spesso determinante il corretto funzionamento delle istituzioni, secondo un progetto che mirava allo snervamento della democrazia”. Alla fine di un procedimento giudiziario durato quindici anni, però, il 21 novembre 1996 la Cassazione ha assolto la P2 dall’accusa di cospirazione politica mediante associazione, confermando la sentenza di primo grado del 16 aprile 1994 e quella della Corte di assise d’appello di Roma del 27 marzo 1996.

Gelli è morto il 15 dicembre scorso, e chissà quante verità e quanti segreti sono stati sepolti con lui. Ma il maestro ha sempre respinto tutte le accuse, senza rinnegare mai niente di quanto fatto. “Tutti sbagliano e, se ho fatto degli errori, li ho fatti inavvertitamente. Se ho pestato i piedi ha qualcuno è perché, probabilmente, me li sono trovati sotto i piedi. Potendo tornare indietro, rifarei tutto quello che ho fatto, non sposterei un istante”, disse a Klaus Davi nel 2008. Cose che aveva detto qualche anno prima anche a Concita De Gregorio, in un’intervista pubblicata su Repubblica nel settembre 2003: “Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza ed è un dialogo che mi quieta”.

Soprattutto, gli piaceva rivendicare di aver visto l’Italia con trent’anni d’anticipo: “Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa”, raccontò sempre alla De Gregorio. Mentre a La Stampa, nel 2008, disse: “Il mio piano rinascita ha trionfato. Berlusconi se n’è letteralmente abbeverato, la giustizia e le carriere separate dei giudici, le tv, i club rotariani in politica”. Renzi non gli piaceva, l’aveva confidato allo scrittore Marco Dolcetta in una delle sue ultime interviste, uscita sul Fatto Quotidiano nel maggio 2014: “Renzi è un bambinone, visto il suo comportamento che è pieno di parole e molto ridotto nei fatti: non è destinato a durare a lungo”. Nemmeno le riforme di Renzi gli piacevano: “Quelle di Renzi, per la legge elettorale e il Senato, sono goffe”. Anche allora, però, non resistette alla tentazione di sottolineare come fosse stato in qualche modo copiato: “Per quanto riguarda Palazzo Madama, mi fa piacere pensare che, nonostante tutti mi abbiano vituperato, sotto sotto mi considerano un lungimirante propositore di leggi (…). Sfogliando le pagine del Piano di rinascita democratica si ritrova una quasi totale abolizione del Senato. Riducendone drasticamente il numero dei membri, aumentando la quota di quelli scelti dal presidente della Repubblica e attribuendo al Senato una competenza limitata alle sole materie di natura economica e finanziaria, con l’esclusione di ogni altro atto di natura politica”.

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