Borsellino quater, anatomia di una strage tra depistaggi e falsi pentiti

Paolo Borsellino

Chi ha ucciso Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta? Chi ha deciso l’attentato? Chi ha messo la 126 imbottita di tritolo sotto casa della madre del giudice? Chi ha premuto il telecomando? E chi c’era dietro? Sono alcune delle tante domande ancora senza risposta sulla strage di via D’Amelio.

Perché tre processi, oltre quindici anni d’indagini e undici condanne all’ergastolo non sono riusciti a stabilire la verità, ad accertare mandanti ed esecutori dell’attentato che il 19 luglio 1992 aggiunse un altro orrendo capitolo alla stagione terribile delle stragi mafiose degli anni 90. Una verità c’è stata, la falsa verità scaturita dai primi due processi, quella figlia di clamorosi depistaggi, di gravi omissioni, di grossolani errori e, soprattutto, delle rivelazioni pilotate estorte ai finti pentiti Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura, due balordi senza quadri di nobiltà mafiosa che prima si autoaccusarono e accusarono della strage uomini della cosca di Santa Maria di Gesù, mafiosi sì ma che con via D’Amelio non c’entravano niente, poi ritrattarono tutto, accusando i componenti del primissimo gruppo investigativo, quello che faceva capo al questore La Barbera, di averli picchiati, minacciati e “manovrati” per depistare le indagini. “Io non sapevo neanche dov’era via D’Amelio. Ho parlato solo per paura: mi torturavano, mi picchiavano, mi facevano morire di fame”, spiegò un giorno Scarantino. Non fu mai creduto. Rimase a lungo la sua falsa verità, che costò l’ergastolo a sette innocenti, liberati solo dopo periodi di carcerazione durati tra i 15 e i 18 anni, trascorsi tra l’altro in regime di 41 bis.

Ora un quarto processo, il Borsellino quater in corso a Caltanissetta, sta provando a ricostruire la vera verità, a fare davvero giustizia. Un processo nato dalla collaborazione di un altro pentito, Gaspare Spatuzza, che nel 2008 ha rimesso tutto in discussione fornendo un’altra ricostruzione dei fatti: “E’ venuto il momento di confessare – disse – ci sono troppi innocenti in galera e troppi colpevoli in libertà”. Spatuzza, ritenuto attendibile dai magistrati, si è attribuito un ruolo nella preparazione dell’attentato di via D’Amelio, ammettendo di aver rubato la Fiat 126 che venne poi usata come autobomba per assassinare Borsellino e puntando il dito verso il gruppo mafioso capeggiato dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Dichiarazioni poi confermate nel 2011 da un altro pentito, Fabio Tranchina, ex autista e uomo di fiducia di Giuseppe Graviano, con quest’ultimo che secondo i due pentiti sarebbe stato colui che avrebbe materialmente premuto il telecomando per far saltare in aria la 126 uccidendo Borsellino e gli agenti della scorta.

Spatuzza e Tranchina, che avevano scelto il rito abbreviato, sono stati condannati per strage rispettivamente a 15 anni (sentenza non appellata) e a 7 anni e sei mesi (inizialmente 10 anni, pena poi ridotta in appello). Col rito abbreviato era stato condannato per calunnia aggravata a 9 anni Candura (12 anni in primo grado), sentenza poi annullata dalla Cassazione. Alla sbarra a Caltanissetta ci sono ancora Salvo Madonia e Vittorio Tutino, imputati per strage, e i falsi pentiti Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci, che rispondono di calunnia . La sentenza è attesa dopo l’estate. La speranza è che riesca finalmente a stabilire la vera verità e a fare vera giustizia sulla strage di via D’Amelio. Per ora restano le parole durissime dei figli di Borsellino: “C’erano persone demandate a cercare la verità sulla morte di mio padre ma non lo hanno fatto o lo hanno fatto malamente”, ha detto Manfredi. “Nel caso della strage che ha tolto la vita a mio padre e agli uomini della scorta non è stato fatto ciò che era giusto si facesse. Per quello che sta emergendo credo ci si debba interrogare se veramente ci si possa fidare in toto delle istituzioni”, ha rincarato Lucia.

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