Giustizia, quando il Magistrato ha la licenza di sfanculare

Si può mandare a fanculo un carabiniere e farla franca? A quanto pare sì. Ma solo se sei un Pm. Lo dimostra quanto avvenuto in Sicilia. A Palermo, infatti, un carabiniere ha avuto la “malsana” idea di chiedere i documenti a un magistrato in borghese.

Ecco i fatti: nel novembre scorso, nell’area blindata della Procura di Palermo riservata alla Direzione Distrettuale Antimafia – dunque un posto dove la scrupolosità e l’attenzione delle Forze dell’Ordine devono essere massime – un carabiniere chiede i documenti ad un uomo che non conosce e che non ha la toga, quindi – per quel che ne può sapere lui – è un soggetto come un altro, quindi da identificare. Per la sicurezza di tutti. L’uomo in questione, però, non è un uomo qualunque. È un magistrato. Così, offeso dall’affronto di non essere stato riconosciuto, si gira e se ne va, senza mostrare il badge. Al che, il militare, come è giusto che sia, insiste per vedere i documenti. La risposta? Un bel vaffanculo.

L’oltraggio alla divisa è ancora un reato in questo Paese? Sembra di no. Almeno stando a quanto deciso da un altro giudice, che ha stabilito che il Pm non è punibile, perché aveva il “diritto” di non essere importunato. Secondo i colleghi (sodali) di Caltanissetta, infatti, il magistrato ha reagito a un “atto arbitrario” del carabiniere che ha insistito nel volerlo identificare “quando appariva ormai chiaro che si trattava di un magistrato“.

Quindi, in sostanza, quel vaffanculo “se l’è cercato“.

«Mi chiedo a quale rispetto possano aspirare i poliziotti e i militari se perfino un magistrato pronuncia simili parole dinnanzi a chi sta svolgendo un delicato servizio per la collettività, peraltro particolarmente rischioso come quello della scorta» – è il commento del legale del Carabiniere.

Questo caso, che può far sorridere, in realtà è molto grave ed è emblematico di una mentalità arrogante e facilona che è potenzialmente pericolosa. Senza per forza voler “scomodare” i terroristi che, ormai, si fanno sempre più insidiosi, vorremmo ricordare quanto avvenuto al Tribunale di Milano il 9 aprile 2015, quando l’imprenditore Claudio Giardiello uccise tre persone e ne ferì altre due. Nel giorno della sentenza, che lo ha condannato all’ergastolo. anche il colpo di scena: «La pistola  fu portata dentro il palazzo di giustizia tre mesi prima della strage e lì l’ho nascosta».

Con quale coraggio poi alimentiamo le polemiche sulla scarsa sicurezza?

 

 

 

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