Consob: la Deriu sapeva di Veneto Banca?

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A pensar male si fa peccato ma stranamente, prima del tracollo di Veneto Banca, una funzionaria Consob si è affrettata a vendere le sue azioni.

Si chiama Paola Deriu, responsabile dal 2013 dell’ufficio “Vigilanza operatività mercati a pronti e derivati”, la dirigente Consob finita nella lente d’ingrandimento di Milena Gabanelli sulle pagine del Corriere della Sera.

La Signora è stata messa lì da Giuseppe Vegas, Presidente della Commissione Nazionale per le Società e la Borsa (la Consob, appunto, l’istituto preposto alla vigilanza sulle società quotate a Piazza Affari), e proviene dal medesimo ufficio in cui era precedentemente condirettrice.

Paradossale che prima ancora si interessasse di “insider trading”, e cioè garantisse la correttezza delle negoziazioni e l’integrità dei mercati. Diciamo paradossale perché sembra che si sia disfatta in tempo utile della azioni di Veneto Banca, che di lì a poco si sarebbero praticamente trasformate in carta straccia.

Ma andiamo con ordine: la Deriu acquista tra la fine del 2006 e l’inizio dell’anno successivo 585 azioni a 32 euro ciascuna, per un totale di circa 18mila euro.

Approdata al suo nuovo incarico non se ne disfa (come sarebbe sembrato opportuno), e secondo regolamento avrebbe dovuto segnalare le sue operazioni in Borsa, comunicazione obbligatoria per i dirigenti di un’Autorità di vigilanza.

Tant’è che si susseguono ispezioni e controlli su Veneto Banca. Nel 2013 un rapporto di Bankitalia fa affiorare gravi irregolarità e appioppa una sostanziosa multa alla società l’anno successivo. Da questo momento nasce l’insicurezza verso le azioni della Banca che in molti chiedono di vendere, ma ben pochi riescono a farlo.

La Bce ci mette il carico da quaranta, chiedendo le dimissioni dell’intero Cda su cui indaga anche la Magistratura che vuole sapere come per anni si sia mossa la Banca, e se davvero abbia mollato le sue azioni a piccoli risparmiatori che chiedevano fidi e prestiti. Sostenendo queste operazioni, i dirigenti esortano i dipendenti, scrivendogli di darsi “una mossa, avete una media troppo bassa“.

Congiuntamente la dirigenza si è data da fare per smaltire quote azionarie di amici e persone influenti (si dice che Bruno Vespa, che con il direttore della banca Consoli condivideva una masseria in Puglia) sia riuscito a vendere il proprio pacchetto di azioni poco prima che il titolo andasse a picco, e ci abbia guadagnato 8 mln di euro.

Poco dopo è il turno di Paola Deriu, che dopo pressanti ed interminabili solleciti (la prima richiesta risale a maggio 2014) riesce a disfarsi delle sue quote e a passare la patata bollente, ad ottobre dello stesso anno, ai cugini Zinghini. Francesco e Giuseppe sono due trentenni milanesi che hanno un cognome molto discusso, si dice vicino alla ‘ndrangheta. E insieme gestiscono un’attività di giardinaggio e pulizie nell’hinterland milanese. “Con mio cugino siamo andati alla filiale di Veneto Banca di Corsico, dove abbiamo il conto, a chiedere un prestito di 80 mila euro a nome della società Zeta Servizi, ma la condizione era l’acquisto di quelle azioni a 39,50 euro da una di Roma. Non avevamo scelta, qualche mese dopo abbiamo provato a rivenderle ma non è stato possibile“.

La loro società è oggi in liquidazione, e uno dei motivi del suo fallimento è che le azioni comprate valgono solo 10 centesimi.

La dinamica dei fatti si evince da un’ispezione Consob del 2015, tenuta però nel massimo riserbo. Oltre a quello della Deriu, gli ispettori hanno esaminato 10 casi critici nella relazione con la clientela, frangenti in cui “gli addetti della banca hanno provveduto a soddisfare l’istanza di liquidazione di alcuni clienti“.

La Gabanelli allora si chiede se la Deriu si accorga che ricopre “una posizione che dovrebbe ricordarle di essere un dirigente dell’Autorità chiamata ad assicurare che i mercati e i risparmiatori sappiano quel che comprano. Nel caso della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca l’informazione che la Consob avrebbe dovuto far arrivare ai mercati era che queste banche, per far fronte alle loro difficoltà dovute a mala gestione e malaffare, gonfiavano il prezzo delle loro azioni, o le collocavano presso i loro clienti in modo non regolare“. Lei questo lo sapeva? Era a conoscenza di queste dinamiche? Perché si è limitata a salvare esclusivamente i suoi averi, mettendo nei guai qualcun altro, invece di allertare i risparmiatori? E perché questo silenzio, questo sfruttamento della propria posizione, che ha fatto accrescere le responsabilità della Consob (in primis di Vargas) verso quelle decine di migliaia di risparmiatori delle popolari che hanno perso tutto?

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