In Svizzera si può…

Svizzera

Erano i primi di febbraio quando la Svizzera tornò sulle prime pagine dei quotidiani di tutta Europa. Da sempre “un’isola felice”, neutrale e storicamente indipendente, il paese di spacca nel referendum (vincolante per il governo elvetico): il 50,5% dei cittadini svizzeri è favorevole a mettere un tetto agli ingressi dei lavoratori dell’Unione Europea. Una pessima notizia (che ha causato molte polemiche anche a livello internazionale) per tutti gli italiani abituati a passare ogni giorno il confine.

Un luogo particolare, la Svizzera, con le sue leggi e le sue peculiarità che in pochi conoscono fino in fondo. Viene spesso citata quando si discute di eutanasia, di sperimentazione farmacologica, di protezione dei capitali attraverso un blindatissimo sistema bancario. Argomenti importanti, che è necessario spiegare nel dettaglio. Perché in Svizzera di può:

Morire “dolcemente”. Tema controverso e molto discusso quello dell’eutanasia. Eppure, la discussione è tutta italiana. In Svizzera, infatti, la morte volontaria assistita è legale dal 1942. E sono ormai moltissimi i racconti di cittadini italiani che hanno deciso di porre fine alla propria vita oltreconfine.

Il caso più noto fu quello di Lucio Magri. Settantanove anni, malato di depressione, il fondatore de “Il Manifesto” e leader storico della sinistra che, tre anni fa, decide morire in una clinica svizzera. Nel febbraio di quello stesso anno, infatti, la Corte suprema elvetica aveva equiparato i gravi disturbi mentali a quelli fisici, aprendo la strada al ricorso del suicidio assistito anche per questo tipo di patologie.

Ma, praticamente, come si fa a “morire dolcemente”? Funziona così: un’equipe di medici (che operano all’interno di strutture sanitarie) studia di volta in volta le cartelle cliniche dei malati che vorrebbero sottoporsi al suicidio assistito, prendendo in esame solo quelli affetti da malattie incurabili. Anche se, negli ultimi mesi, la possibilità della cosiddetta “morte dolce” è stata estesa agli anziani che non hanno più voglia di vivere. Una volta terminata la valutazione del paziente, che deve rispettare tutti i parametri medici del caso, viene dato l’ok per l’eutanasia.

Ed è qui che arriva la parte peggiore: la scelta della data in cui si vuole morire. Tutto è nelle mani del paziente che può dare voce ai suoi “ultimi desideri”. La procedura è rigorosa. La magistratura elvetica, infatti, potrebbe decidere di intervenire nel caso ci sia il sospetto che la morte sia stata provocata per interesse personale ed economico da parte di familiari e che, quindi, ci sia stata un’istigazione al suicidio. Sempre per la legge svizzera, i medici, dopo l’arrivo del malato alla clinica, sono obbligati a tentare di fargli cambiare idea, per valutare la reale motivazione che muove una decisione senza ritorno. Arriva poi il momento dell’iniezione letale. E l’ultimo sguardo al mondo prima dell’addio.

Diventare “cavie” umane. La crisi economica e la disoccupazione alle stelle, stanno costringendo sempre più persone a reinventarsi un lavoro. Ma non spesso è difficile, se non impossibile. E come si usa dire: “A mali estremi, estremi rimedi”. E per chi non ha alternative, in Svizzera ne propongono una: semplice e remunerativa. Un lavoro come cavia umana. Una “professione” che consiste nel mettere il proprio corpo a disposizione della medicina, come tester per nuovi farmaci in fase di sperimentazione. Procedura assolutamente illegale nel nostro paese, ma possibile se si passa il confine con la Svizzera.

Tutta la procedura è chiara e rigorosa. Si entra nella clinica scelta (sono solo tre le strutture elvetiche in cui è possibile essere “assunti” come cavie), si firma un consenso che spiega i rischi ai quali ci si sottopone e subito inizia la “maratona” medica. Decine di prelievi del sangue (prima e dopo la somministrazione dei farmaci), test sulle urine, pressione sanguigna, epatite, HIV. Si rimane ricoverati nelle cliniche per un intero weekend, o anche di più. Ovviamente bisogna risultare sani altrimenti il lavoro salta.

E che prezzo ha tutto questo? Alto. Circa 1200 euro per una settimana di degenza in ospedale; un prezzo elevato per un sacrificio che vale un compromesso non da poco con la propria salute. Eppure, l’85 per cento dei volontari per test di Fase 1 in Svizzera sono italiani. Quasi tutti studenti o disoccupati. Ai tempi della crisi, si sopravvive anche così. E chi a fare da cavia ci è andato davvero, lo racconta così: “Per le cliniche svizzere- spiega Andrea, 30 anni- questo è un business di tutto rispetto (le case farmaceutiche pagano cifre da capogiro per l’ultima fase di test sui farmaci da immettere in commercio), per chi vive nel nord della Lombardia quello delle cavie umane è un autentico ammortizzatore sociale.” E, sempre di più, “il fine giustifica i mezzi”.

“Proteggere” i propri soldi? Non più. Non è sicuramente una novità, tutti sanno che in Svizzera era possibile “tutelare” i propri capitali. E chi dei “paperon de pareroni” nostrani, non ha, o ha avuto (il passato è d’obbligo) un conto a tanti zeri in una banca elvetica? Peccato che dallo scorso 6 maggio, la Svizzera non rientra più nella lista dei paradisi fiscali. Il Paese, infatti, ha firmato l’accordo voluto dall’Ocse per lo scambio automatico di informazioni fiscali.  Non occorrerà più la richiesta di un giudice italiano, per avere accesso alle informazioni dei correntisti della banche svizzere. Crolla una “certezza” per gli evasori italiani, abituati a portare all’estero i propri “malloppi”. Finisce l’era del segreto bancario. E non solo per chi porta i soldi da fuori.

Infatti, la Svizzera, dopo aver accettato il principio dello scambio automatico di informazioni bancarie tra Stati, riguardante i titolari di depositi residenti all’estero, la Ministra delle Finanze, Eveline Widmer-Schlumpf, ha annunciato che si sta ragionando su un provvedimento analogo, anche per i detentori di conti non dichiarati ma domiciliati in Svizzera. Si metterà fine, così, anche al problema della finta cittadinanza per un vantaggio economico. Come avviene altrove anche gli uffici delle imposte dei diversi Cantoni riceverebbero regolarmente, dalle banche, gli estratti conto dei loro clienti. “Sottoporrò presto la questione ai miei colleghi di Governo”, ha detto Widmer-Schlumpf al settimanale SonntagsZeitung.

Da cenere a diamante. Un’azienda svizzera propone un’alternativa alla classica urna dove conservare le ceneri della persona amata: perché non indossarle, invece, sotto forma di diamante? Può sembrare una cosa “macabra”, eppure oltralpe ha molto successo. Algordanza promette di trasformare le ceneri dei deceduti in diamanti, al costo di una lapide funeraria. Ed è la prima in Europa.

Dallo scorso luglio la ditta di Coira, Algordanza (ovvero: “ricordo” in romancio), trasforma le ceneri umane in gemme preziose. Il prezzo del procedimento varia dai 4.500 ai 20.000 franchi svizzeri (3.650 – 16.000 euro), a seconda di quanto volete essere grandi una volta diventati dei diamanti. I costi includono il confezionamento dei vostri brillanti resti in quello che il sito web dell’azienda descrive come un “contenitore in legno pregiato.” Come recita lo slogan pubblicitario: “Un diamante è per sempre”. 

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