Chi sono i medici che sperimentano direttamente sugli esseri umani?

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Edward Jenner

In un lontano passato (ma anche nel presente) ci sono stati medici che hanno testato medicine bypassando la sperimentazione animale.

In un interessante articolo del “Corriere della Sera” vengono elencate storie di medici che invece di testare virus, medicine e vaccini sugli animali hanno preferito sperimentarli su se stessi o su altri esseri umani.

Hanno praticato una via al tempo stesso rischiosa e più veloce delle altre, e talvolta, non si sa se per fortuna o competenza scientifica, gli è andata bene. Questi esempi sono elencati nel libro di Larry Altman “Who goes first“. Un titolo di per sè esplicativo (da chi cominciamo, ndr) di un’opera che snocciola quanti sono stati e quanti sono ancora oggi i medici che hanno fatto esperimenti del genere, anche su se stessi.

Edward Jenner, per esempio, nel 1796 infettò il figlio del suo giardiniere (che all’epoca era solo un bambino) con l’agente del vaiolo delle mucche. Successivamente lo espose per venti volte al vaiolo umano, una malattia che all’epoca uccideva 3.000 persone all’anno soltanto a Londra. Il risultato fu eccellente, il piccolo non si ammalò, e si capì che il vaccino contro il vaiolo era stato finalmente messo a punto. Ci vollero due secoli per debellare la malattia, e tutto cominciò da un esperimento oggi irripetibile.

E sì, perché nel 2016 nessun comitato etico consentirebbe a qualche scienziato di infettare un uomo con un agente che può sfigurare o uccidere, impossibile poi se lo si volesse fare con un bambino come fece Jenner. E nessuno consentirebbe a uno psichiatra come Julius Wagner-Jauregg di iniettare ai suoi pazienti il sangue di malati di malaria seppur con la lodevole iniziativa di sconfiggere la paralisi progressiva di chi si ammalava di neurosifilide. E tantomeno alcun comitato gli avrebbe assegnato, come accadde nel 1927, il premio Nobel per la medicina.

A questi esempi se ne accompagnano altri di sperimentazioni non proprio riuscitissime. Qualcuno, per provare le sue teorie, è anche morto o ha causato il decesso di altri esseri umani. “Nature” ha definito il test sugli umani “il più vero dei test”. Un’attività molto rischiosa, che per qualcuno vale la pena intraprendere.

Mike Levine, a Baltimora, per trovare un vaccino infettava uomini con il vibrione del colera dal 1976. Erano studenti universitari, gruppi di attivisti, che hanno però consentito, dopo mille dolorosissime correzioni, la messa a punto di un vaccino che il giugno scorso è stato approvato dalle autorità regolatorie degli Stati Uniti.

Lo stesso Levine dichiarava, prima di procedere a qualsiasi esperimento, che comunque “mi chiedo se lo farei a mio figlio. Se la risposta è no, non lo faccio“. Avranno pensato la stessa cosa gli inglesi Ripley Ballou e colleghi, che hanno infettato col plasmodio della malaria certe zanzare per poi farsi pungere. Si erano vaccinati (con un vaccino sperimentale) e pensavano di essere protetti, ma sono stati comunque malissimo.

I protocolli della sperimentazione nella farmaceutica classica prevedono una trafila lunghissima (eccettuati i vaccini per debellare epidemie in corso), appunto per tutelare la salute e la sicurezza del paziente. Ma per qualcuno, nel corso della storia fino ad oggi, il progresso scientifico conta più dell’incolumità umana, soprattutto quando si devono fronteggiare le emergenze.

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