Facebook: quando l’algoritmo vale più di un giornalista

Il boss di Facebook snobba la categoria dei giornalisti, a loro ha preferito gli algoritmi.

Che amarezza.
Ha deciso di licenziare la redazione di Trending, il servizio Facebook che seleziona e fa circolare le news, per porre fine alla polemica scoppiata a maggio, quando Menlo Park è stata accusata di censurare le notizie relative ai repubblicani.
La soluzione di Zuckerberg si fonda sull’idea secondo cui l’intelligenza artificiale non parte da preconcetti ma si basa solo ed esclusivamente sulle informazioni acquisite.
L’uomo può metterci del suo nello scrivere, diffondere e al limite anche manipolare una news, mentre dagli algoritmi ci si aspetta maggiore indipendenza e trasparenza ma, ancora, non ragionano come dovrebbero; mostrandosi inefficaci nel momento in cui bisogna riconoscere una notizia vera da una che non lo è.
Se, per quanto assurdo possa sembrare, il “popolo di Facebook” decidesse di dare più importanza a un ipotetico vincitore di una lotteria super miliardaria e, nelle stesse ore avvenisse una catastrofe naturale in un altrettanto ipotetico paese, chi usa Facebook per informarsi saprebbe tutto sul nuovo paperone e niente sul numero di vittime.
Nel post con cui Facebook comunica questa decisione vengono anche riportati i parametri valutati dagli algoritmi, tra queste figurano le pagine preferite dagli utenti, la loro posizione geografica e le loro interazioni con altri utenti e pagine. La nota si conclude con una dichiarazione la cui veridicità è offerta al parere del lettore: “invece di pagare persone per scrivere brevi sommari abbiamo dato agli algoritmi il compito di attingere alle notizie lette dagli utenti“.
Il risultato di questa operazione pare limitarsi alla mera selezione degli articoli più letti, poco importa la loro veridicità.
Tra i compiti assegnati agli algoritmi c’è anche quello di scrivere i titoli delle news, attingendo un po’ qua e un po’ là, così Megyn Kelly, giornalista, opinionista e conduttrice del canale conservatore Fox, per qualcuno troppo sbilanciata in favore di Hillary Clinton, nei titoli di Facebook è diventata “una traditrice”, addirittura licenziata dall’emittente. Etichettata a vita.
L’algoritmo ha preso la notizia miscelando i contenuti di articoli diversi e apparsi sull’Ending the Fed, sul National Insider e sul Conservative 101. Tutte fonti che usano il titolo “breaking news” che gli algoritmi di Facebook hanno ereditato seguendo la logica del “se lo dicono tre fonti allora è vero”. Un po’ poco per pretendere di escludere del tutto l’uomo, abbastanza per costringere Menlo Park a scusarsi pubblicamente, come riporta CBS. A puntare il dito verso la bufala è stato Justin Green, editor indipendente che non ha una redazione come quella di Facebook (che impiegava fino a 18 giornalisti) e non fa uso di algoritmi.
Gli editor svolgono una parte essenziale nel processo che porta alla pubblicazione delle notizie, ciò che oggi possiamo dire con certezza e che, mentre gli editor sottostanno ad un controllo redazionale, gli script no. E se gli algoritmi sono editor è anche vero che gli editor non sono algoritmi e come tali rischiano di incappare nel peccato opposto, quello di interpretare alcune notizie mettendoci un po’ di farina del loro sacco, a volte anche in modo inconsapevole, più dettato da un’inclinazione tanto naturale quanto inconscia.
Facebook Trending pubblica i contenuti anche a seconda della loro popolarità e, poiché le bufale diventano un top trend, rischia di dare una spinta a ciò che non meriterebbe tanta visibilità. E se queste news diventano visibili agli occhi di decine di milioni di utenti, diventa ancora più palese che il meccanismo sia perfettibile.
E’ davvero svilente pensare che c’è chi studia un vita per raccontare le notizie dal mondo al mondo e poi viene sostituito da una formula matematica.
Arriverà anche il momento in cui l’intelligenza artificiale prenderà il sopravvento sul cervelloumano, ma ad oggi è difficile immaginare uno script corrispondentead un inviato di guerra.

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