Esselunga ed Armani sono prossimi alla cessione?

Armani
Bernardo Caprotti

Bernardo Caprotti ha quasi 91 anni, Giorgio Armani 82. Entrambi stanno preparando il futuro delle loro aziende.

Il primo ha un rapporto problematico con i figli, il secondo non possiede eredi diretti. L’età matura consiglierebbe di prendere in considerazione il fatto di cedere le aziende che hanno faticosamente fondato, cresciuto e fatto arrivare agli onori della ribalta.

E da piccoli segnali si capisce come i due ultraottantenni ci stiano facendo più di un pensiero, a cosa accadrà prima che saranno approdati in un mondo (che si spera) migliore di questo.

Bernardo Caprotti, patron di Esselunga, per mezzo del cda di Supermarkets Italiani (la holding di controllo integralmente in mano sua) ha dato mandato per la prima volta alla banca d’affari Usa Citigroup di vagliare le offerte non vincolanti pervenute da Cvc e Blackstone.

Per il momento non c’è nessun mandato a vendere, ma si capisce che si sta preparando il terreno ad una cessione veramente stratosferica. E sì, perché Esselunga, primo supermercato importato dagli Stati Uniti nel lontano 1957, in quasi sessant’anni ha creato 152 punti vendita (prevalentemente nel centro-nord) dando attualmente lavoro a 21.930 dipendenti.

Un’azienda in continua crescita, che ha assunto 2.600 persone negli ultimi 5 anni e il cui bilancio segna un promettente colore verde. Il fatturato rilevato nel 2015, infatti, è stato di 7,3 mld di euro (+4,3% rispetto al 2014), mentre l’utile netto del 2015 è stato di 290 milioni (+37% in confronto all’anno prima).

Chiaro che faccia gola a molti, e c’è da scommettere che ai due fondi prima citati si aggiungeranno colossi come Carrefour, Tesco e la statunitense Wal Mart, che già più di 10 anni fa aveva avanzato una proposta d’acquisto prontamente rispedita al mittente.

Tanti, principalmente dal mondo politico, chiedono che un gioiellino ad alta redditività come Esselunga rimanga saldamente in mani italiane. In filigrana ci sarebbe l’intenzione che il tutto venga un giorno controllato dalla Coop, con cui Caprotti (lo diciamo eufemisticamente) non ha spesso avuto buoni rapporti.

Un altro marchio celebre, vera icona del Made in Italy, è quello indissolubilmente legato all’estro e la genialità di Giorgio Armani. Anche la sua azienda nel 2015 ha fatto segnare 2,66 mld di euro di fatturato e un utile netto di 240 milioni, in leggero calo visto il rallentamento economico di alcuni mercati di sbocco.

Un vero colosso in odore di vendita per il fatto che i principi citati dalla Fondazione che porta il suo nome saranno probabilmente gli stessi dello Statuto futuro della società. Una sorta di impegno e testamento, rivolto a chi rileverà l’azienda, che esorta “all’autonomia e l’indipendenza, un approccio etico alla gestione con integrità e correttezza, un’attenzione all’innovazione e all’eccellenza, priorità assoluta allo sviluppo continuo del marchio Armani sostenuto da adeguati investimenti, una gestione finanziaria prudente ed equilibrata, un limitato ricorso all’indebitamento e un cauto approccio alle acquisizioni”.

Due grandi “vecchi” stanno lasciando l’economia italiana, speriamo solo che in questo passaggio di consegne tutto fili liscio.

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