Il fondatore di Exit: “Volevo l’eutanasia, poi ci ho ripensato”

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Da vent’anni vorrebbe introdurre l’eutanasia in Italia: il presidente di Exit è Emilio Coveri che tre anni fa andò in Svizzera per chiedere di morire, ma all’ultimo ci ha ripensato.

Un tema delicato come il suicidio assistito torna periodicamente a far discutere: il caso più recente riguarda la morte procurata ad un ragazzo di 17 anni in Belgio con il consenso dei genitori. Come è ovvio che sia, occorre anzitutto rispettare la scelta – qualunque essa sia – delle persone che vivono il dolore sulla propria pelle e sono costrette a un’esistenza trascorsa in condizioni che non avrebbero voluto vivere. Eppure una serie di considerazioni sorgono quando si parla di questi episodi: una di queste, appunto, nasce pensando al racconto di Coveri che solo all’ultimo momento ha deciso di continuare a vivere.

“Io sono quasi cieco ormai – è la sua intima esperienza confessata a Libero – Ho la retinite pigmentosa., una maculopatia degenerativa, qualcosa da non augurare neanche ai peggiori nemici. Ogni giorno vedo sempre meno. Scendevo dal tram e cadevo, sbattevo contro i pali. Dovevo chiedere tutto a mia moglie. Non riuscivo a leggere, non ne potevo più”. Così, nel giugno di tre anni fa, Coveri si è recato in Svizzera senza dire niente a nessuno dalla dottoressa Erika Preisig di Lifecircle-Eternal Spirit. È stata proprio la dottoressa ad invitare il presidente di Exit a pensare ai suoi amici.

Dopo essere uscito dal colloquio ed aver fumato due sigarette, ha preso in considerazione l’invito della dottoressa decidendo di “dedicarsi anima e corpo” all’associazione Exit. Una scelta, quella di tornare dai suoi cari e di dedicarsi alla sua causa, che paradossalmente è arrivata proprio rifiutando la morte. Ma oltre all’eutanasia, ci sono anche altre strade percorribili di cui però giornale e media sembra non vogliano parlare (leggi qui). Poi, invece, ci sono casi in cui persone destinate ad una morte inevitabile, inaspettatamente tornano alla vita e a interagire con i propri cari (ne abbiamo parlato qui). La parola, come già scritto, deve spettare al malato: con la speranza che le valutazioni siano davvero accurate.

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