”Gay in divisa, tabù in caserma”, Repubblica dà i numeri

gay in divisa

Il quotidiano Repubblica affronta la sfida dei gay in divisa: il richiamo in prima pagina annuncia un servizio pieno di numeri. Ma che origine hanno questi dati?

“Sono quasi ventimila” è il primo numero fornito che annuncia un convegno contro le discriminazioni per ipotizzare ruoli operativi anche per i trans. Molti dei soldati gay – si legge nell’articolo – sono agenti di polizia locale e finanzieri delle città del nord, ma anche alpini e imbarcati in Marina. Ok, tutto molto interessante: peccato che la modalità con cui si arriva a calcolare i gay in divisa sia piuttosto curiosa. A spiegare come si arriva ai numeri è Fabio Pellegatta, presidente di Arcigay Milano, che – come sottolinea Repubblica – abbozza una stima: “Non c’è ragione di ritenere che in Italia i gay in divisa siano meno numerosi in esercito e forze dell’ordine rispetto alla media generale. Vale a dire, il 5 percento della popolazione”. E già qui in molti si sono chiesti chi ha stilato la media generale (calcolata come? in quali Paesi?).

Così, si arriva a (dare i) numeri: “Fra i 310mila poliziotti, agenti penitenziari, finanzieri, carabinieri e forestali, i gay sarebbero 15.500. A cui si aggiungono 3.595 omosessuali su 71.900 soldati (carabinieri esclusi). Il contingente arcobaleno italiano conterebbe quindi 19mila attivi”. Ecco, conterebbe: mai come in questo caso il condizionale è d’obbligo. Per rendere più comprensibile l’entità, viene fornito un arditissimo metro di paragone: i soldati gay in Italia sarebbero “il doppio di tutti i soldati della Repubblica d’Irlanda”.

Ora, soldati irlandesi a parte, una domanda è d’obbligo: quanto può essere considerata attendibile una stima che si basa su un’ipotesi totalmente arbitraria e non supportata da dati reali, ovvero quella secondo cui in Italia ci siano i numeri di altri Paesi?

Infine, l’associazione Polis Aperta chiede al governo investimenti in formazione, per “contrastare l’omofobia, diffusa e tenuta sotto silenzio”: i casi segnalati a Polis Aperta sono decine l’anno. Peccato che tra le violenze denunciate ci sia anche quella avvenuta a Roma, la scorsa primavera: un poliziotto gay aveva picchiato un collega che lo vessava chiamandolo “frocio”. La violenza – quella verbale, ma soprattutto quella fisica – andrebbe sempre condannata, ma a quanto pare ci sono delle eccezioni.

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