Referendum Ungheria: “schiaffo ad Orban”, ma non è affatto così

In Ungheria il referendum contro la redistribuzione dei migranti non ha raggiunto il quorum: subito si sono alzate le voci anti-Orban che però farebbero bene a ridimensionarsi per una serie di motivi.

“Solamente” il 45 per cento della popolazione si è recato alle urne. La consultazione invitava gli ungheresi a esprimersi sul meccanismo voluto da Bruxelles, che prevede il Paese accolga poco meno di 1.300 profughi sul totale dei 160mila da trasferire da Italia e Grecia in altri Stati comunitari di tutta l’Ue.

I dati da tenere in considerazione, però, sono almeno due: di questo 45 per cento, ben il 98 per cento si è schierato contro le politiche sull’immigrazione imposte da Bruxelles. A votare in Ungheria sono andati oltre 3 milioni. Ma i sostenitori di un Unione Europea che fa dell’accoglienza ai migranti un mostruoso business, cantano vittoria in ogni caso per il mancato quorum. Peccato che nel 2003, al referendum per l’entrata dell’Ungheria nell’Ue i votanti siano stati il 45,79 per cento e i voti in favore dell’entrata nell’Ue siano stati addirittura inferiori a quelli del Sì ottenuti nel referendum di ieri.

Dunque, perchè le percentuali del referendum del 2003 hanno un valore e quelle delle percentuali di ieri ne hanno un altro? Il leader Orban non sembra farsi piegare dalle logiche europee: “L’Unione europea vuole piazzare in Ungheria decine di migliaia di profughi senza consultare il parlamento ungherese”, ha denunciato Orban spiegando che “i migranti mettono in pericolo la cristianità e la sicurezza del Paese e dell’Europa nel suo insieme”.

Nello stesso tempo, come un meccanismo ad orologeria perfetto, non sono mancate le campagne delle solite organizzazioni umanitarie che mostrano il loro terrore quando c’è un governo che vuole difendere la propria popolazione e i propri confini. “Speranze interrotte: il continuo attacco dell’Ungheria ai diritti di migranti e rifugiati”, è l’appello di Amnesty International che denuncia le condizioni dei migranti respinti alle frontiere o intrappolati nei centri di detenzione allestiti dopo l’estate del 2015. “Il primo ministro Orbán ha sostituito lo stato di diritto con uno stato di paura. Il suo intento di impedire a rifugiati e migranti di entrare in Ungheria è stato accompagnato da una serie ancora più preoccupante di attacchi nei loro confronti e contro le garanzie internazionali che dovrebbero proteggerli”, ha messo in guardia John Dalhuisen, direttore di Amnesty per l’Europa.

Ci si chiede dove erano queste organizzazioni quando si promuovevano le primavere arabe che hanno gettato nel caos il Medioriente o quando l’occidente ha cominciato a fornire le armi ai miliziani dell’Isis che da principianti tagliagole sono diventati un vero e proprio esercito con armamenti all’avanguardia. Se l’Europa sta soffocando sotto i flussi migratori è anche grazie a queste organizzazioni umanitarie che fanno sentire la loro voce nei momenti sbagliati.

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