Renzi e il referendum che avanza: affrancamento e promesse

Il grande promotore e autore del disegno di legge alla base del referendum costituzionale, Matteo Renzi, ha utilizzato, in questi sei mesi di campagna elettorale per il Sì, diverse affermazioni che, oggettivamente, hanno seguito una tendenza abbastanza chiara anche ai suoi fedelissimi: dal legare l’esito a una sfida personale, a costo di lasciare la poltrona e la politica, sino a un affrancamento quasi totale.

Il tutto, in un gioco alterno delle date previste per effettuare la consultazione. Nel primo momento di euforia (sorretto dai sondaggi) del presidente del Consiglio Renzi, si è puntato sulla data del 2 ottobre. Questa data, l’unica in possesso e molto verosimile, è stata oggetto di discussioni durante la scorsa estate. Il precipitare della situazione e il venir meno del fronte del Sì, a vantaggio di uno schieramento del No sempre più nutrito, con la minoranza del Pd in aumento, a cui si aggiungono il M5s, Sinistra Italiana, Lega e Forza Italia, ha spinto il premier a prendere più tempo possibile e a rilasciare dichiarazioni per slegare sempre più la sua persona e il suo futuro a quello dell’esito referendario.

Prendere tempo, forzando anche l’ultimo bivio, quello della scelta tra il 27 novembre e il 4 dicembre (a favore della seconda opzione), è stato il penultimo atto disperato per avere la possibilità di organizzare la controffensiva. Renzi sta dispiegando una campagna itinerante di sensibilizzazione e di convincimento, nel frattempo sono in fase di decollo quelle misure e promesse a “bomba”, di vecchia memoria berlusconiana, utili a far piovere voti a favore.

Il ragionamento politichese di Renzi non fa una piega: con la celeberrima questione degli 80 euro in più in busta paga (per chi fosse nelle condizioni economiche di riceverli), ha avuto un riscontro immediato alle elezioni europee del 25 maggio 2014, ottenendo un mezzo plebiscito con il 40,8% dei voti.

La partita entra nel vivo, poiché mancano due mesi al voto, per cui il ragionamento del capo del governo è improntato, più che a spiegare la natura dei quesiti inseriti a “pacchetto” nel testo, a cercar di convincere, con delle promesse allettanti (come del resto la storia insegna da secoli), gli elettori e risalire nei sondaggi.

Posto che la carta evergreen, il solito jolly del ponte sullo Stretto di Messina, sia un po’ obsoleta e datata, in grado di far guadagnare pochi punti percentuali, Renzi deve aggiungere qualcosa di più pesante, di più concreto, che possa arrivare alle tasche e alle pance degli italiani. In questo possono essere sufficienti le promesse e le novità a livello pensionistico e il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici? Può essere utile annunciare di voler prendere i voti anche a destra? In realtà, questa dichiarazione dell’ex sindaco di Firenze, l’ultima in termini cronologici, rilasciata il 29 settembre scorso, sembra aver rafforzato la sinistra tendente al No e aver illuminato alcuni indecisi, poco inclini a questi mezzucci di scarso livello. Forse a Renzi serve qualche altra mossa demagogica d’effetto. Per le chiarificazioni sui quesiti, invece, c’è tempo, il popolo può aspettare.

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