Caso Cucchi: se al maresciallo dei CC si fanno solo domande di comodo

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Come si può realizzare un’intervista in quel modo, come quella del Giornale  al maresciallo capo Roberto Mandolini, all’epoca comandate della stazione Roma Appia, luogo dove venne portato Stefano Cucchi dopo l’arresto? Difficile trovare una spiegazione, eppure è successo.

Dopo l’ultima perizia che considera l’epilessia come una causa possibile della morte del geometra romano, è tornato a parlare anche il carabiniere accusato di falsa testimonianza per aver coperto il pestaggio subito da Cucchi.

Ma delle sue frasi intercettate e riferite ai suoi colleghi carabinieri, nell’intervista in ginocchio del “Giornale”, nemmeno una domanda. Anzi, a Mandolini è stata praticamente concessa carta bianca per togliersi di dosso definitivamente qualsiasi tipo di accusa.

“Dalla perizia formata da 14 mila lastre, da ogni esame esterno o interno, risulta che non si tratta di ecchimosi o lividi, ma di macchie emostatiche dovute alla condizione post mortem. Mi sento vittima di una gogna mediatica, ma devo dire che a me ha salvato l’opinione pubblica, quella vera.”.

D’accordo, lecita la difesa del maresciallo, ma il giornalista del “Giornale” come mai non gli ha chiesto delle due fratture alla colonna vertebrale che prima dell’arresto non c’erano (lo ha accertato anche la perizia) e che al primo processo non erano state prese in considerazione? E perché non gli è stato domandato il parere degli esperti che sostengono che, seppur fosse sopravvissuto al pestaggio, Stefano sarebbe rimasto invalido? Ma la domanda più lecita sarebbe dovuta essere: “lei è indagato per falsa testimonianza per aver mentito ai pm coprendo appunto il “violento pestaggio” come lei stesso avrebbe confidato ad un suo collega.  Come si difende da questa accusa?”.

E appunto quella frase, che avrebbe pronunciato proprio Mandolini ai suoi ex colleghi, denunciata dall’appuntato scelto Riccardo Casamassima e dalla quale si è mosso tutto l’impianto accusatorio dell’inchiesta bis sulla morte del ragazzo. “È successo un vero casino là, i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato”.

Si è persa una bella occasione per far luce su cosa sia realmente accaduto la notte del 22 ottobre del 2009 quando Stefano Cucchi, in custodia dello Stato, è morto.

 

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