Intervista a Serge Ferrand, “Parla il numero uno di Cosa Nostra”

Il giornalista francese Serge Ferrand, ex collaboratore del giornale Le Figaro (ma da anni residente in Sicilia) ha scritto un libro che uscirà tra pochi giorni per la casa editrice Bonfirraro dal titolo “Parla il numero uno di Cosa Nostra”, in cui sostiene di aver raccolto le dichiarazioni del vero capo dell’organizzazione.

Abbiamo voluto intervistarlo per saperne di più sulle sue rivelazioni. Non lo abbiamo incontrato e dopo un breve colloquio telefonico ha chiesto di poter rispondere alle domande via email.

A breve uscirà il suo nuovo libro che parla di Cosa Nostra, in cui lei sostiene di aver intervistato il numero uno dell’organizzazione. E’ così?
“Sì, sostengo di aver parlato con il numero uno di Cosa Nostra, il quale non ha fatto un giorno di carcere nella sua vita. Leggendo seriamente il libro, capirebbe che non l’ho incontrato “così” per strada, o al ristorante, o giocando a calcio, ma che ho vissuto quindici anni con lui, in campagna, lavorando la terra, vicino al suo villaggio. Una cosa durissima che non ha niente a che vedere con la nuova moda tipo “Evviva il ritorno alla terra!”.

Nel libro non c’è alcun riferimento a chi sia questa persona. Perché il “numero uno di Cosa Nostra” avrebbe dovuto confessarsi proprio con lei?
Non c’è nessuno riferimento a questa persona e non darò a nessuno né il suo nome, né il suo indirizzo, a meno di aver perso completamente la testa, il che non succederà”.

Si parla di un tale “Zu Sariddu” con riferimento a Sariddu Di Maio. Ma non si chiamava Di Maggio?

“Di Maio o Di Maggio? Di Maio è un nome siciliano, tradotto in italiano ‘Di Maggio'”.

Ma perché i lettori dovrebbero credere a lei e non ai magistrati che indicano in Matteo Messina Denaro come il capo assoluto di Cosa Nostra?

Matteo Messina Denaro? Sì, è un boss abbastanza ricco, ma non è il capo di Cosa Nostra. E non domando a nessuno di credere a me piuttosto che ai magistrati, che “sanno” che il signore Matteo è il “capo assoluto”.

Nel libro, c’è un’ampia parte riguardante la crisi finanziaria. Si parla del Club di Bilderberg. Che c’entra tutto questo con Cosa Nostra?

La crisi internazionale, il Club Bilderberg, che cosa queste cose hanno a che fare con la mafia? Molto, moltissimo, visto che Cosa Nostra tratta con questo club, e parla spesso di crisi con diversi personaggi (del cosiddetto club) che rimangono i suoi nemici. Cosa Nostra è fatta di strati che se sovrappongono; ci sono le strati basse e l’estratte alte, e ne l’una ne l’altra se conoscono nel intimità. Vi pongo una domanda: lei sa che Cosa Nostra ha – di nascosto, naturalmente – impedito due attentati contro Donald Trump? Lui è contro Cosa Nostra ma Cosa Nostra voterà per lui – di nascosto, naturalmente -. Ma non vi dirò quello che è successo ai ex attentatori. “Spariti”, un po’ come i 10 o 20 000 siciliani che volevano agire come se niente fosse, venti anni fa”.

La persona che parla dice di essere stato lui ad uccidere Falcone e Borsellino. “Ho premuto il pulsante a Capaci” Ma ci sono le  sentenze passate in giudicato. Quindi i magistrati si sarebbero sbagliati?

I magistrati sanno  chi ha premuto il pulsante a Capaci con Falcone e a Palermo con Borsellino. Possono credere quello che vogliono: ho fatto il mio lavoro, punto e basta! I magistrati? Sanno pochissimo della verità di Cosa Nostra, non la sospettano neanche.

Nel libro, ad un tratto il “numero uno di Cosa Nostra” si mette a parlare di rivoluzione citando giornali italiani (come Il Giornale) e personaggi francesi (come il barone Dominique Vivant Denon). Molto interessante. Ma che c’entra  la mafia con la rivoluzione?

Le mafia non è rivoluzionaria (sicuramente no), ma questo non impedisce a un mafioso di informarsi su un po’ tutto, dunque anche sulle pseudo rivoluzioni che hanno portato la Francia, la Russia, la Cina ecc. verso la bancarotta umana e finanziaria di oggi”.

Chi legge il libro ha l’impressione di trovarsi tra le mani un trattato di sociologia più che l’intervista al numero uno dei criminali italiani. Si citano i dossier di Lega Ambiente, i numeri della Coldiretti. Come fatti di cronaca e di mafia c’è poco (a parte alcuni passaggi sull’omicidio dei familiari di alcuni pentiti). Perché i lettori dovrebbero credere che chi parla sia veramente un mafioso?

 Il mio libro un tratto di sociologia? No signore, anche se il mio professore di sociologia si chiamava Lucien Goldmann. Piuttosto qualcosa di “filosofico”, direi il grand Emil Cioran, anche lui un mio professore. Filosofico perché spiego ai siciliani che la cultura può essere qualcosa di mafioso.

Chi parla ad un tratto dice “Non vi racconterò gli omicidi che ho commesso mi ci vorrebbe troppo tempo”. E il numero uno di Cosa Nostra allora, di che cosa dovrebbe parlare?

Di che cosa dovrebbe parlare questo capo di tutti capi, piuttosto che delle sue uccisioni? Del fatto che mi ha rivelato chi erano i “capi” di Cosa Nostra in Italia, per esempio? E anche di chi era il padre dell’attuale Presidente della Repubblica? E di chi ha ucciso Enrico Mattei? Piccolissime cose, concedo, piccolissime cose, ma che interesseranno moltissimo i francesi, i tedeschi e gli americani. Parlare di soldi, forse: “una lira su cinque” (infatti molto, molto di più, pretendo), diceva una volta Il Giornale di Sicilia, viene dei multipli traffici della delinquenza organizzata. Lire o euro, sapete, questi soldi che lei riceve ogni mese e che gli permettono di vivere”.

Perché un lettore non dovrebbe pensare che lei si sia inventato tutto?

Il monda va così, signore, e mi faccio una domanda: se lei pretende che ho inventato tutto (allora che sono vivo, in Sicilia: una cosa impensabile!), che cosa direbbe in merito alle foto fatte da me – e pubblicate su una rivista straniera – di decine de scheletri in tanti buchi nella montagna? Che ho ucciso io queste persone? O che ero accompagnato dal “lupo”?”

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