In “Tritacarne” Giulia Innocenzi ci spiega in cosa consiste la “zuppa di feci”

Innocenzi
Giulia Innocenzi

E’ destinato a fare scalpore l’ultimo libro della Innocenzi, collaboratrice di Michele Santoro, sugli allevamenti intensivi.

Sgomberiamo da subito il campo da possibili fraintendimenti ed equivoci, la Innocenzi non ci sta affatto simpatica. In questo caso, però, bisogna riconoscere che ha fatto una gran cosa. Nel libro-inchiesta “Tritacarne” (edito da Rizzoli e disponibile per il pubblico da dopodomani) elenca con estrema precisione cosa è veramente inaccettabile (e succede tutti i Santi giorni) nei nostri allevamenti intensivi.

E non coglie affatto l’occasione per fare proselitismo, lei che si definisce “vegana a casa, vegetariana in giro”. Tratteggia infatti un’analisi lucida senza scadere nella ricerca della lacrima facile e nel sensazionalismo d’accatto.

Quante volte vi sarà capitato di ascoltare pippotti moralistici tesi ad influenzare le vostre abitudini alimentari? Bene, non troverete nulla che metta in gioco la vostra morale in questo libro, ma solo elementi che incrineranno radicate convinzioni, partendo dal punto di vista igienico.

E sì, perché la spiegazione di cosa si intenda per “zuppa di feci”, deve per forza smuovere l’animo e la coscienza di una persona che ingurgita pollo. Quello che non si sa, infatti, è che nel processo di pulitura, le carcasse di questo animale transitano in un grande vascone d’acqua refrigerata dove avviene il raffreddamento anche di migliaia di corpi contemporaneamente. Feci, sporco e batteri costituiscono l’ambiente dove le carcasse dei polli subiscono questo trattamento. E una volta contaminati prendono il via per il confezionamento, la vendita e le nostre tavole.

Ma Giulia Innocenzi non si ferma a questo esempio, che da solo riuscirebbe a convertire anche un carnivoro accanito. Affronta infatti, tra l’altro, anche una pratica disumana come la castrazione senza anestesia dei maialini (consentita dalla legge italiana “se effettuata entro i primi sette giorni di vita dell’animale”) o la rottura dei loro denti per evitare che nelle fasi di allattamento danneggino i capezzoli della madre, oppure episodi di cannibalismo o ingestione delle proprie feci.

Queste ed altre amenità, che sono in palese contraddizione con il concetto di “benessere animale”, sono contenute nel suo libro che fa da eco alle crescenti proteste verso ciò che avviene negli allevamenti e nei mattatoi. Una tematica a cui la società si è dimostrata molto sensibile, e la proposta di installare telecamere in ogni macello è la riprova di una mutata consapevolezza nei confronti dei diritti degli animali.

Per il raggiungimento del “benessere animale” (funzionale, se vogliamo, anche a una migliore qualità della carne) è necessaria una spesa cospicua, un cambiamento nei comportamenti ma soprattutto una sacrosanta revisione dei nostri bisogni alimentari.

Perché per ridere non deve necessariamente piangere qualcuno.

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Un Commento

  1. Patrizio said:

    Esteta , interessante ,proiettata verso le alternative e più profondamente verso l’antagonismo . se si libererà dal suo corredo estetico l’accoglieremo volentieri nel nostro teorema anarchico.

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