Sul referendum i sindacati sono divisi

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L’unità sindacale non è stato mai il forte delle politiche organizzative di Cgil, Cisl e Uil e anche in vista del prossimo referendum del 4 dicembre, sulle modifiche alla Costituzione, i sindacati non si smentiscono e vanno al voto in ordine sparso in relazione alle indicazioni da dare ai propri associati come se la riforma della Costituzione fosse un fatto personale (di ogni singolo lavoratore) e non di interesse collettivo.

C’è la Cisl apertamente schierata per far vincere il si e la Fiom, la costola metalmeccanica della Cgil, che invece per bocca del suo leader Maurizio Landini si batte per la vittoria del no mentre le segreterie generali della Uil e della Cgil hanno fatto sapere che lasceranno libertà di coscienza ai propri associati. Ovviamente quella di Uil e Cgil è una posizione legittima ma discutibile dal punto di vista strategico atteso che se la riforma Renzi venisse confermata dal popolo italiano i margini di rappresentatività del sindacato si andrebbero drasticamente a ridurre, senza contare il fatto che anche la rappresentanza parlamentare della lobby sindacal/sociale sarebbe ridimensionata dal fatto che, per effetto dell’ italicum, sarebbero le segreterie dei partiti a scegliere chi deve sedere in parlamento e anche la parte di deputati “eletti dal popolo” sarebbe una minoranza all’interno di una plutocrazia partitica.

Le posizioni di Cisl sono poi le stesse di Confindustria mentre la Uil, avendo al suo interno componenti che a seconda dello schieramento politico di appartenenza, è “costretta” a non prendere una posizione netta e chiara. Di contro il segretario della Fiom Landini non le manda a dire sulla posizione assunta da tutta la Federazione dei metalmeccanici da lui diretta e articola il suo no con motivazioni che vanno dalla difesa della democrazia al pericolo del superamento, già in atto, dei diritti dei lavoratori. Di certo è che ancora una volta i sindacati “ufficiali” sono sempre più divisi su questioni che, invece, dovrebbero vedere i lavoratori dipendenti in prima linea per difendere le “conquiste sindacali” e uno Stato sociale che, secondo illustri costituzionalisti, con la riforma corre seri pericoli di definitivo smantellamento. Ora la posizione di Landini sembra essere il canto del cigno per effetto della prossima scadenza del suo mandato alla segreteria della Fiom e la sua entrata nella Segreteria Confederale della Cgil sembra essere l’ultimo tentativo per cercare di effettuare quel cambiamento di passo della confederazione sempre auspicato anche in netta contrapposizione con i vertici di Corso d’Italia. Staremo a vedere se Landini riuscirà poi a superare gli ostacoli che, all’interno della Cgil, sembrano divorare tutte le “anime rivoluzionarie” che vorrebbero cambiare le cose nel sindacato italiano.

Niente è dato per scontato, tantomeno il risultato referendario che in ogni caso aprirebbe scenari tutti nuovi sia in caso di vincita del si che del no. Un dato di fatto certo è che la latitanza del sindacato, nell’attuale situazione in cui versa il lavoro italiano, è inconfutabile e provata. In altri tempi, quelli Belusconiani per parlare chiaro, l’abolizione dell’articolo 18 non sarebbe stata, come non è stata, possibile o l’approvazione del Jobs Act avrebbe visto milioni di lavoratori in piazza. Non parliamo poi del “facile” utilizzo dei voucher che rappresentano ormai un vero scandalo sul quale nessuno più riesce a mettere un freno. Insomma il sindacato, almeno questo modello sindacale, è ormai un ectoplasma sociale che non solo ha perso potere contrattuale ma ha perso anche la fiducia dei lavoratori italiani.

Il referendum poteva essere il tema riunificante non tanto di un’unità sindacale ma di un’unità di intenti e di azione per dare segno di una sua esistenza in vita e qui non c’entra un voto pro o contro Renzi ma un’indicazione pro o contro la socialità di questa riforma. Il 5 dicembre in bilico non c’è il governo Renzi ma la credibilità di un’Istituzione, il sindacato, prevista dalla Carta Costituzionale ma che rappresenta una delle parti meno attuate a partire dal riconoscimento giuridico delle Organizzazioni Sindacali per finire con quell’articolo 46 che prevede la partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa. Ancora una volta rimarranno delusi quei lavoratori che si aspettavano dal sindacato un’indicazione non tanto di voto (c’è sempre la libertà di coscienza) ma di indirizzo che avesse soprattutto fatto capire loro il senso del si o del no attraverso una spiegazione dell’attuazione giuridica della riforma e non solo dell’annuncio che è contenuto nella scheda.

La delusione si somma ai troppi ritardi di rinnovi contrattuali, agli esodati per i quali i sindacati non hanno letteralmente fatto nulla, ai licenziamenti di massa di aziende che trasferiscono i loro insediamenti all’estero, ai pensionati (e non solo) che non arrivano alla fine del mese, ai giovani che non trovando occupazione se ne vanno all’estero, ecco in presenza di questa delusione forse se il quesito referendario avesse avuto come domanda: “i sindacati in Italia servono ancora a tutelare i lavoratori?”, la vittoria del no sarebbe stata una vittoria da risultato bulgaro ma stiamo nel Paese della difesa dei vitalizi e dei privilegi delle caste (sindacali e politiche) e questo non accadrà mai. Viva l’Italia.

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