La lunga diatriba sulla legge 194

legge 194

La legge italiana sull’aborto esiste, ma, in realtà, è come se non ci fosse. Si avvia verso l’invisibilità. Ma come è possibile? Conosciuta come “la 194”, questa norma è in vigore dal 22 maggio 1978 ed è stata sottoposta a referendum abrogativo tre anni dopo. Vinse il sì, i favorevoli all’interruzione volontaria di gravidanza. La 194 consente alla donna, nei casi previsti dalla legge, di poter ricorrere all’aborto in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza). Tutto deve avvenire nei primi 90 giorni di gestazione. Anche se tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere all’interruzione di gravidanza solo per motivi di natura terapeutica.

“Qui non si effettuano più aborti”. Se ne trovano molti di cartelli come questo negli ospedali pubblici italiani. Reparti fantasma, attrezzature in disuso. Oltre l’80 per cento dei ginecologi, ed il 50 per cento di anestesisti e infermieri, sono obiettori di coscienza. Intere regioni (prima tra tutte il Lazio con il 91 per cento) non praticano più l’interruzione di gravidanza. Perché se da una parte, è diritto di ogni donna poter abortire, dall’altra, ogni medico, secondo il proprio pensare, può decidere di non praticarlo. Ma questa dinamica, fa sì che la legge 194 non sia più applicata. Intanto il Consiglio d’Europa sull’aborto boccia l’Italia. Perché “il crescente numero di obiettori di coscienza, vìola i diritti delle donne”. E tra liste d’attesa lunghissime e sempre meno consultori attivi, la situazione rimane bloccata.

Nel 2012 gli aborti sono stati 105.968 (dati del ministero della Salute), il 4,9 per cento in meno rispetto al 2011, e il 54,9 per cento in meno rispetto al 1982. Diminuisce la quota delle ragazze che decidono di fermare la gravidanza, rimane alta (sebbene in discesa) quelle delle donne straniere, ancora una su tre.

Non si può più obiettare su tutto. Con un decreto, che di certo farà discutere, il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti ha ridefinito, e soprattutto delimitato, il diritto dei medici a non applicare la legge sull’aborto. Una situazione, infatti, arrivata ormai ad un completo stallo, viste le percentuali, le più alte in Italia, di obiettori di coscienza. Questa decisione personale, grazie alla nuova norma, riguarderà soltanto l’atto tecnico dell’interruzione volontaria di gravidanza, ma non il prima e il dopo intervento. E poi: nessun medico potrà d’ora in poi rifiutare ad una donna la prescrizione di un contraccettivo, pillola del giorno dopo (che non è abortiva) e spirali comprese senza potersi appellare ad alcuno scudo “morale”.

“In merito all’esercizio dell’obiezione di coscienza, si ribadisce come questa riguardi l’attività degli operatori impegnati esclusivamente nel trattamento dell’interruzione volontaria di gravidanza. Il personale del consultorio familiare (invece) non è coinvolto direttamente nella effettuazione di tale pratica, bensì solo nell’attività di certificazione…”. E’ questa la linea guida del decreto, pronto a “rispolverare” una legge ormai morta ed abbandonata. Chi si rifiutasse di certificare lo stato di gravidanza o la volontà della donna di abortire, commetterebbe un vero e proprio abuso.

Gli obiettori.  Uno Stato autenticamente “laico” è quello che riconosce il diritto ad abortire e che tenta di circoscrivere il più possibile quello ad astenersi, come sembra emergere anche dalle considerazioni che hanno portato il Consiglio d’Europa ad accogliere il reclamo presentato alla Ong “International Planned Parenthood Federation European Network” che accusava l’Italia, a causa dell’alto numero di obiettori, di non garantire l’applicazione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza. Ma nelle percentuali che comprendono gli obiettori di coscienza, c’è da fare alcune distinzioni. C’è sicuramente una parte di medici cattolici, che per motivazioni etiche decidono di non praticare l’aborto o prescrivere la famosa pillola RU486 per l’interruzione di gravidanza. Ma accanto, nelle strutture sanitarie, ci sono dottori che, pur rappresentando un atteggiamento laico, si dichiarano contrari alla somministrazione di farmaci abortivi. Acceso, infatti, è stato il dibattito sulla RU486, considerata, da molti, dannosa per la salute delle donne, soprattutto delle più giovani. Non solo una decisione etica, insomma, ma anche una vera e propria scelta professionale, per chi non ritiene giusto allargare così tanto le maglie di una questione spinosa che coinvolge lo stato di salute delle pazienti.

 

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